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Vladimir Putin. Foto di Дмитрий Осипенко da Pixabay |
A distanza di tre anni dall'inizio dell'invasione russa, appare fin troppo chiaro che del destino dell'Ucraina in sé e per sé non è mai fregato niente a nessuno.
Al netto dei rischi geopolitici e di sicurezza globale che una simile partita ha finora comportato, l'apparato militar-industriale occidentale, soprattutto americano, ci ha solo guadagnato dal trasferimento di miliardi di denaro pubblico nelle proprie casse (l'Ucraina infatti riceve i soldi in prestito e poi li reinveste nelle fabbriche di armi americane).
La guerra è stata dunque un buon affare: oltre agli immensi guadagni, la distruzione di uomini e mezzi sul campo di battaglia ha permesso di mettere alla prova le tattiche militari e ha accelerato lo sviluppo di nuove tecnologie, vedi l'uso dei droni e dell'intelligenza artificiale.
Oggi che s'intravede un'intesa tra Russia e Usa per il cessate il fuoco, i leader europei corrono ai ripari, e non di certo per la difesa dei valori democratici, ma per due ordini di ragioni ben più materiali.
Il primo risiede nel fatto che l'accordo tra Trump e Putin mina alle fondamenta i piani di ricostruzione post-bellica dell'Ucraina che i capitalisti europei stavano delineando unitamente ai loro partner statunitensi. Negli anni precedenti abbiamo assistito a vere e proprie fiere internazionali in cui si discutevano i piani di spartizione del bottino ucraino: anche l'Italia vi aveva partecipato con una propria delegazione.
Il voltafaccia americano ha tuttavia cambiato le carte in tavola, in quanto impedisce agli europei di rientrare dall'investimento profuso nello sforzo bellico. Paventando addirittura un accordo tra capitalisti statunitensi e russi che li tagli fuori dallo sfruttamento delle risorse ucraine: immaginate ad esempio BlackRock e Gazprom che gestiscono in partnership i giacimenti minerari nel Donbass, tagliando fuori Shell o Eni. Oltre al danno la beffa.
Il secondo si rinviene nell'incapacità europea di porre una seria difesa sul fianco orientale del continente in assenza dell'ombrello militare di Washington. Sebbene l'ipotesi di una Russia in grado di arrivare fino a Lisbona non è altro che la boutade di un sempre più smarrito Zelensky, bisogna ammettere che nel tragico gioco geopolitico non è tanto (e solo) l'uso delle armi ad essere importante; ancor di più lo è il loro impiego simbolico, la minaccia che se ne fa. E' vero, la spesa militare europea in termini assoluti è maggiore di quella russa e non di poco; ma parliamo di ben 27 Paesi con differenti ed incompatibili sistemi d'arma. E soprattutto nessun Paese occidentale, al di fuori degli Stati Uniti, è oggi in grado di controbattere alle seimila testate atomiche di cui Putin è munito.
Il paventato disimpegno statunitense dal fianco orientale spinge anche i Paesi dell'Europa orientale ad assumere una postura sempre più aggressiva: negli anni precedenti gli Usa avevano approfittato del loro rancore anti-russo per inglobarli nell'architettura della Nato, con Svezia e Finlandia che hanno aderito da poco a seguito dell'invasione dell'Ucraina. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva militarizzazione dei Paesi scandinavi, in cui si riaprono bunker, si costruiscono muri e si concepiscono nuovi modelli di mobilitazione della popolazione; la radicalizzazione della Polonia, che sta approntando l'esercito più potente del continente, pronto a reagire alla prima intemerata russa (ma non solo); i Paesi baltici, che da decenni sognano la soppressione dell'exclave di Kaliningrad vissuta come una costante minaccia, i cui rappresentanti siedono oggi ai massimi vertici dell'Unione Europea. Il venir meno del contenimento americano rischia insomma di far scoccare una scintilla di cui non sono prevedibili le conseguenze.
E poi ci sono le incognite.
Siamo davvero, ma davvero sicuri, che la pace tra Paesi europei sia un principio acquisito per sempre? Dinanzi a questa nuova corsa agli armamenti, cosa accadrebbe se venisse meno lo spauracchio russo?
Come bisogna guardare ad una Germania impoverita dalla guerra e senza il gas russo a buon mercato, che vota in massa estrema destra, in cui il cui neo-cancelliere Merz annuncia un gigantesco piano di riarmo da 200 miliardi di euro? Oppure alla stessa confinante Polonia che assume oggi una postura particolarmente aggressiva?
E il ritorno della Gran Bretagna, fino a ieri bastione americano in funzione anti-europea con la Brexit, protagonista del sostegno a Kiev "fino alla vittoria", adesso improvvisamente schierata con la Francia dopo le invettive di Trump contro il governo laburista? Gli inglesi sanno che la più vicina minaccia militare può arrivare dal continente europeo, di cui fanno parte geograficamente al netto del loro isolamento: che si tratti di Russia, Germania o della stessa Francia.
E l'azione irruenta del duo Macron-Starmer nella risposta a Trump, entrambi leader degli unici Paesi europei dotati della bomba atomica, non approfondisce ulteriormente le divisioni interne all'Ue?
Tante domande, nessuna certezza.