venerdì 28 febbraio 2025

De Profundis Ucraino

Vladimir Putin. Foto di Дмитрий Осипенко da Pixabay

A distanza di tre anni dall'inizio dell'invasione russa, appare fin troppo chiaro che del destino dell'Ucraina in sé e per sé non è mai fregato niente a nessuno. 

Al netto dei rischi geopolitici e di sicurezza globale che una simile partita ha finora comportato, l'apparato militar-industriale occidentale, soprattutto americano, ci ha solo guadagnato dal trasferimento di miliardi di denaro pubblico nelle proprie casse (l'Ucraina infatti riceve i soldi in prestito e poi li reinveste nelle fabbriche di armi americane). 

La guerra è stata dunque un buon affare: oltre agli immensi guadagni, la distruzione di uomini e mezzi sul campo di battaglia ha permesso di mettere alla prova le tattiche militari e ha accelerato lo sviluppo di nuove tecnologie, vedi l'uso dei droni e dell'intelligenza artificiale. 

Oggi che s'intravede un'intesa tra Russia e Usa per il cessate il fuoco, i leader europei corrono ai ripari, e non di certo per la difesa dei valori democratici, ma per due ordini di ragioni ben più materiali.

Il primo risiede nel fatto che l'accordo tra Trump e Putin mina alle fondamenta i piani di ricostruzione post-bellica dell'Ucraina che i capitalisti europei stavano delineando unitamente ai loro partner statunitensi. Negli anni precedenti abbiamo assistito a vere e proprie fiere internazionali in cui si discutevano i piani di spartizione del bottino ucraino: anche l'Italia vi aveva partecipato con una propria delegazione. 

Il voltafaccia americano ha tuttavia cambiato le carte in tavola, in quanto impedisce agli europei di rientrare dall'investimento profuso nello sforzo bellico. Paventando addirittura un accordo tra capitalisti statunitensi e russi che li tagli fuori dallo sfruttamento delle risorse ucraine: immaginate ad esempio BlackRock e Gazprom che gestiscono in partnership i giacimenti minerari nel Donbass, tagliando fuori Shell o Eni. Oltre al danno la beffa.

Il secondo si rinviene nell'incapacità europea di porre una seria difesa sul fianco orientale del continente in assenza dell'ombrello militare di Washington. Sebbene l'ipotesi di una Russia in grado di arrivare fino a Lisbona non è altro che la boutade di un sempre più smarrito Zelensky, bisogna ammettere che nel tragico gioco geopolitico non è tanto (e solo) l'uso delle armi ad essere importante; ancor di più lo è il loro impiego simbolico, la minaccia che se ne fa. E' vero, la spesa militare europea in termini assoluti è maggiore di quella russa e non di poco; ma parliamo di ben 27 Paesi con differenti ed incompatibili sistemi d'arma. E soprattutto nessun Paese occidentale, al di fuori degli Stati Uniti, è oggi in grado di controbattere alle seimila testate atomiche di cui Putin è munito. 

Il paventato disimpegno statunitense dal fianco orientale spinge anche i Paesi dell'Europa orientale ad assumere una postura sempre più aggressiva: negli anni precedenti gli Usa avevano approfittato del loro rancore anti-russo per inglobarli nell'architettura della Nato, con Svezia e Finlandia che hanno aderito da poco a seguito dell'invasione dell'Ucraina. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva militarizzazione dei Paesi scandinavi, in cui si riaprono bunker, si costruiscono muri e si concepiscono nuovi modelli di mobilitazione della popolazione; la radicalizzazione della Polonia, che sta approntando l'esercito più potente del continente, pronto a reagire alla prima intemerata russa (ma non solo); i Paesi baltici, che da decenni sognano la soppressione dell'exclave di Kaliningrad vissuta come una costante minaccia, i cui rappresentanti siedono oggi ai massimi vertici dell'Unione Europea. Il venir meno del contenimento americano rischia insomma di far scoccare una scintilla di cui non sono prevedibili le conseguenze. 

E poi ci sono le incognite

Siamo davvero, ma davvero sicuri, che la pace tra Paesi europei sia un principio acquisito per sempre? Dinanzi a questa nuova corsa agli armamenti, cosa accadrebbe se venisse meno lo spauracchio russo? 

Come bisogna guardare ad una Germania impoverita dalla guerra e senza il gas russo a buon mercato, che vota in massa estrema destra, in cui il cui neo-cancelliere Merz annuncia un gigantesco piano di riarmo da 200 miliardi di euro? Oppure alla stessa confinante Polonia che assume oggi una postura particolarmente aggressiva? 

E il ritorno della Gran Bretagna, fino a ieri bastione americano in funzione anti-europea con la Brexit, protagonista del sostegno a Kiev "fino alla vittoria", adesso improvvisamente schierata con la Francia dopo le invettive di Trump contro il governo laburista? Gli inglesi sanno che la più vicina minaccia militare può arrivare dal continente europeo, di cui fanno parte geograficamente al netto del loro isolamento: che si tratti di Russia, Germania o della stessa Francia. 

E l'azione irruenta del duo Macron-Starmer nella risposta a Trump, entrambi leader degli unici Paesi europei dotati della bomba atomica, non approfondisce ulteriormente le divisioni interne all'Ue?

Tante domande, nessuna certezza.

lunedì 28 ottobre 2024

La Manovra e la Strategia del Governo Meloni

Camera dei Deputati. Fonte: Camera.it

Dalla prima bozza della legge di bilancio ora alla Camera è già possibile delineare la strategia economica del governo Meloni, che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene il lato oscuro di noi italiani. 

Il nuovo patto di stabilità europeo, approvato in maniera sostanzialmente incondizionata anche dall'Italia, reintroduce gran parte delle regole dell'austerity pre-Covid e ci impone un risparmio nei conti pubblici quantificabile, secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, tra gli 11 e i 13 miliardi di euro l'anno fino al 2031, il cui ammontare dovrà arrivare soprattutto da un imponente taglio della spesa pubblica

Per diluire e rimandare il più possibile l'impatto delle nuove regole nella percezione di massa, il governo procede su due fronti. Da un lato stabilizza una lieve detassazione del reddito individuale dei lavoratori dipendenti mediante una serie di misure, tra cui la resa strutturale del taglio del cuneo fiscale, dei nuovi scaglioni di reddito Irpef, nonché l'istituzione di una serie di incentivi per la natalità e di bonus sul salario accessorio. In questo modo si assicura la tenuta della sfera individuale della vita quotidiana di milioni di persone, ossia quella più immediatamente percepibile, e in fondo anche una loro complicità

Dall'altro lato si procede a far calare la scure sulla pubblica amministrazione, che si tradurrà in un ulteriore deficit di servizi per la collettività (scuola, trasporto pubblico locale, servizi sociali ecc). E qui i tagli sono pesanti. Se per i Ministeri il contributo richiesto è pari a oltre 7 miliardi di euro nei prossimi tre anni, per Regioni ed Enti locali la cifra è di 4 miliardi di euro (esclusi gli enti in dissesto o in riequilibrio finanziario). A ciò si aggiunge il tetto del 75% al turn over nella pubblica amministrazione per il 2025, che vuol dire meno posti a bando nei concorsi pubblici. Per le imprese collocate nelle Zone economiche speciali, ossia nel Sud Italia, naufraga la promessa dell'ex ministro Fitto (ora vicepresidente Commissione Ue) del raddoppio delle risorse stanziate per il 2025, sicché la capacità di copertura delle domande di decontribuzione presentate finora resta ferma ad un misero 17%.

Ora è chiaro che le conseguenze di queste misure per tutti saranno pesanti, e in specie per coloro che vanno avanti con redditi di sopravvivenza. Ma la strategia dei tagli indiretti fa sì che, almeno per ora, il cittadino medio non percepisca l'enormità dei sacrifici richiesti e possa andare avanti tranquillo, convinto di galleggiare sulla sua indifferenza per la politica e su una sua presunta capacità di trovare la scappatoia individuale alle avversità economiche, quando è chiaro che in realtà ciò è il frutto di un meccanismo di illusione-concessione del potere. Complicità che ingrossa, più che il consenso alla maggioranza di destra, l'astensionismo dilagante, il miglior alleato di questo governo.

Il punto debole della manovra da un punto di vista comunicativo sembra invece riguardare il comparto sanità, dove i medici hanno dichiarato di essere pronti allo sciopero generale. Sebbene la Meloni abbia provato a far passare il messaggio di un aumento degli stanziamenti nei prossimi anni (e questo è vero in termini assoluti), di fatto ci si trova dinanzi ad un "freno" della curva che aveva avuto un balzo dopo la pandemia, con un ribasso dello 0,4% della spesa sanitaria in rapporto al PIL (si veda l'intervista del prof Emiliano Brancaccio, il quale, oltre ad evidenziare una recessività della manovra perfino maggiore rispetto a quanto richiesto dall'Unione Europea, insiste anche sulla crescente destinazione dei fondi alle strutture private). Dinanzi allo sfacelo della sanità pubblica è più difficile nascondere la polvere sotto al tappeto.

martedì 6 agosto 2024

Il Diritto alla Mobilità Negato

Foto di Gustave Denuncio

Dal lockdown del 2020 in poi è apparso chiaro che il diritto alla mobilità, da sempre propagandato come caposaldo del mondo globalizzato (vedi Airbnb o i fantomatici Erasmus) per la sua capacità di generare grandi profitti, sarebbe divenuto man mano inaccessibile ai più.

Se in quegli anni, infatti, furono le misure di contenimento anti contagio a determinarne le restrizioni in chiave emergenziale,  queste diventano strutturali a causa dell'aumento spropositato dei prezzi. Che si tratti di auto, aereo, treno o nave, si assiste ad un'inflazione inarrestabile.

Il problema è che questa impennata dei costi non sembra scalfire l'Overtourism, alimentato da una crescente moltitudine che si affaccia sul mercato in cerca dell'agognato viaggio esperienziale, anche se breve e sfuggente, dove è possibile risparmiare solo se si approfitta di offerte last minute o con un'ampia programmazione anticipata delle vacanze (a cui si aggiunge il costo delle assicurazioni per coprire le inevitabili disdette). 

Il progressivo venir meno del diritto a spostarsi diventa assai più incisivo se si guarda alla mobilità interna ai territori in cui si abita, specie se motivata da ragioni di lavoro, cura o altra necessità.

Alcuni esempi nella città dove vivo.

Negli ultimi anni il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici a Napoli è progressivamente salito, fino ad arrivare ad € 1,80 per un ticket valevole per 90 minuti, a fronte di disservizi quotidiani. Da ultima rilevazione anche l'RC auto ha subito un ulteriore aumento del 6,2% a livello nazionale rispetto al 2023, che su Napoli vede il primato nazionale annuo di € 583 in media. Non va meglio sul fronte dei taxi, dove da settembre si registrerà un aumento delle tariffe fino al 15%

Ai costi dei trasporti privati e pubblici si accompagnano quelli degli altri beni e servizi che rientrano comunque nell'ambito del diritto alla mobilità in senso lato, poiché chi si sposta deve poter mangiare, riposare, ecc., sperimentando così un costo della vita fuori controllo, senza alcuna forma decente di sostegno al welfare. E purtroppo Napoli si riconferma a luglio prima città in Italia per crescita percentuale dell'inflazione, pari al doppio della media nazionale.

Tutto questo - si ricordi - in un Paese che vede ferma la crescita dei salari da almeno trent'anni.

Alla luce di ciò, l'art. 16 della Costituzione è ancora valido?