venerdì 13 luglio 2018

Lettera a Salvatore, morto di lavoro



Caro Salvatore, di te nessuno se ne fregherà nulla. Passato lo shock mediatico, tornerai nel limbo a cui il destino ha deciso di collocarti, quello delle morti bianche, che tanta strage fanno in Italia. Probabilmente rimarrai nella memoria degli abitanti di Forcella, che come tutti i quartieri popolari di Napoli si tatua sulla pelle i nomi dei propri morti e ne serba il ricordo in qualche cappella votiva. Forse qualche consigliere chiederà di intitolarti uno slargo, una piazzetta dove crescono quattro alberelli sfrondati. Partirà la solita macchina giuridica con i suoi rituali fatti di avvisi di garanzia, codicilli e processi per accertare le responsabilità penali di chi ti ha offerto quei 35 euro per pulire i vetri di un lucernario fradicio. E forse emergeranno le solite esasperanti liti condominiali che hanno impedito di mettere in sicurezza un edificio consumato dal tempo.

Eppure nel rivedere la tua tragedia non si riesce a non immaginare per un attimo la città brulicante di lavori precari e a nero, sottopagati e spesso pericolosi. La gran parte dell'economia del sottoproletariato cittadino si fonda sul reddito di garzoni, camerieri, manovali, estetiste. Lavori che servono per sopravvivere, lavori che servono per far sopravvivere tutti coloro che si fregiano di aver raggiunto il privilegio di poter beneficiare delle prestazioni d'opera altrui. Qualcuno ieri ha provato a picchettare l'Ispettorato del Lavoro, a ricordare che un ente per il rispetto delle norme per la sicurezza sul lavoro esiste effettivamente, un palazzone vicino al porto da radere al suolo per manifesta inutilità.


A nulla varranno le battaglie politiche che pure qualcuno, nel chiuso della sua ostinazione, vorrebbe portare avanti. Questione di classe. Cercare le soluzioni nelle istituzioni è mossa vana, così come lo è agitare venti di pseudo-rivoluzioni dal basso che hanno imboccato la solita deriva da "Miseria e Nobiltà", da Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, dove i ricchi vivono in un mondo fuori dal mondo e le famiglie miserabili si scannano tra di loro, dove l'unico riscatto sociale possibile è rappresentato dal matrimonio tra un ragazzotto dell'alta borghesia e la figlia di Pasquale 'o salassatore. Ieri come oggi. In un contesto in cui il cane morde lo stracciato e l'interclassismo viene posto come strada obbligata da percorrere, mentre da più parti si cerca in maniera quasi diabolica di rendere appetibile un futuro che vuole stabilizzare questo presente fatto di nuovi lavori che vengono creati dal nulla in maniera inversamente proporzionale al reddito che essi producono, la battaglia è già persa in partenza.


Salvatore non è un inizio e non sarà una fine. E' semplicemente l'ennesima annotazione sulla lista delle morti sul lavoro, in attesa che tocchi al prossimo. Un bollettino di guerra sul quale si aggiungono tanti altri drammi quotidiani delle masse popolari più misere. Davanti a questa constatazione mi chiedo se serva ancora rilasciare interviste o picchettare luoghi privi di qualsivoglia significato. I luoghi sono altri e solo con il linguaggio universale del lavoro è possibile unire ciò che è molto più facile dividere, ed immaginare un minimo di svolta, una solidarietà di classe ormai svanita. Forse così potremmo rendere onore alla vita di Salvatore e a chi come lui è morto per lavorare.


Il Popolo - Presadiretta (Puntata del 25/09/2011)

lunedì 2 luglio 2018

Il Male


Il male arriva da lontano.

Dalle strade di Damasco
si rovescia su Beirut
lungo i viali di Chicago
mi sussurra in siciliano
che le bombe di Saigon
le buttiamo su Kabul
e col sangue d'un cinese
tra le pieghe di Scampia
compriamo roba colombiana
dalle grate d'un vascello
mangiamo carne nigeriana
al sapor d'acqua di mare.

Il mio male ride da lontano.

lunedì 25 giugno 2018

Asimmetria e Manipolazione


A me di carriere, lussi e onorificenze non me n'è mai fregato nulla, amo la mia solitudine e il più delle volte diventa un modo per rifugiarsi dall'ingordigia emozionale degli altri. Tuttavia, come tutte le fasi della solitudine, ci sono anche i momenti in cui la rabbia monta dopo aver maturato la consapevolezza di essere stato usato per scopi che non avevano nulla di nobile.

Sono servito un po' a tutti: da chi si è accostato a me per avere una carriera politica, a chi mi ha utilizzato per rifarsi una verginità morale dopo anni di intrallazzi col sistema, senza scordare chi mi ha sfruttato per coltivare una propria ossessione personale e, anziché fermarsi un attimo a guardarsi intorno e a capire, continua ad inseguire un feticcio che gli possa consentire di motivare il proprio odio per il mondo e per sé stesso. Ossessione manichea a cui rifuggo con decisione.

A loro dò il vantaggio della prosecuzione nell'azione: tanto non ho i mezzi per agire (e di questo ne sono ben consapevoli, altrimenti non avrebbero tagliato i ponti al momento giusto, ma avrebbero continuato ad accarezzarmi l'animo per possederlo), ma soprattutto non ho la volontà di rappresentarmi nel loro storytelling di classe piccolo o medio borghese disagiata che si finge rivoluzionaria per mondare il proprio ostentato disinteresse degli anni che furono, mentre emerge occultato il desiderio di ricostruire un proprio mondo di agiatezza dopo il crollo della "terra promessa" propugnata dal mito della globalizzazione.

La questione rimane, come sempre, la natura del potere e a chi spetti esercitarlo. Gli eventi mi hanno condotto a riconsiderare tale problema al quale mostrai interesse svariati anni fa, ma che l'inesperienza non mi consentiva di inquadrare sotto la giusta luce. Si agisce fintantoché si ha la possibilità di controllare, direzionare, manovrare la volontà altrui. L'obiettivo finale è sempre il consenso: il pluralismo è astrattamente un valore, ma nella prassi è una tragedia, perché la narrazione da un lato ne nasconde la natura intimamente conflittuale, dall'altro ne occulta la radice neoliberale della produzione delle idee: sono valide le idee che portano un profitto, che possono essere collezionate ed accumulate come traguardi sulla propria inutile bacheca dei trofei del college. Lo scontro ideologico oggi è tutto interno alla classe borghese, ed è per questo che dal mio punto di vista (e forse con un pizzico di presunzione ed ingenuità) vi abbandono alle battaglie campali che combatterete a colpi di "like" sui social.


Questo paraustiello per dire che anche le relazioni umane sono relazioni di potere. E che da tale esperienza ho tratto una lezione: occhio a chi si pone nei vostri riguardi in maniera asimmetrica, è la stessa modalità comunicativa dei mafiosi.