sabato 20 dicembre 2025

Dietro gli Sgomberi, il Riarmo Europeo

Davvero c'è chi crede che il motivo per cui il governo Meloni decide oggi di sgomberare prima il Leoncavallo a Milano e poi l'Askatasuna a Torino, ossia i principali "centri sociali" (diciamo così) del nord Italia e quindi del Paese, sia la presenza di "violenti" al loro interno? Fermo restando i più che legittimi dubbi circa l'effettiva esistenza di questa categoria mediatica, occorre ricordare come la violenza di piazza portata avanti da minoranze organizzate si è spesso dimostrata la migliore fucina di consenso per i governi democristiani di ieri e quelli reazionari di oggi.  

In realtà a sorreggere tale decisione vi sono due motivazioni. Anzitutto, per quanto riguarda lo sgombero dell'Askatasuna, c'è la necessità di sviare lo sguardo dalla manovra economica, tallone d'Achille della retorica meloniana, sia per l'esiguità delle risorse messe a disposizione, sia per la necessità impellente di tagliare pensioni e welfare pur di far quadrare i bilanci: ci sono gli stringenti paletti del nuovo Patto di stabilità firmato l'anno scorso dall'Italia, unitamente alla necessità di sborsare miliardi per il riarmo europeo. 

La seconda motivazione è più di lungo periodo. L'Europa ha deciso che la guerra è la soluzione alla crisi del suo modello imperialistico, tanto da aver spinto generali e politici ad avvertire i popoli che dovremmo riabituarci a fare gli stessi sacrifici dei nostri nonni e bisnonni, ossia a crepare sotto le bombe. Peccato che proprio i più giovani, cioè i primi che dovrebbero armarsi ed andare al fronte, sono i più contrari alla militarizzazione della società, tanto da rifiutare l'arruolamento in caso di chiamata alle armi (lo dichiara ben il 68%).

Ebbene, in questo clima di non particolare ardore patriottico, il governo individua nei centri sociali il luogo in cui il dissenso giovanile potrebbe coagularsi, come già accaduto durante le imponenti manifestazioni contro il genocidio in Palestina di qualche settimana fa, pacifiste e antimilitariste, in quanto proprio la componente giovanile è stata la più numerosa. Questo perché in un centro sociale, al netto dei pregiudizi che aleggiano presso i meno informati, transitano componenti sociali del tutto eterogenee: militanti comunisti o apertamente anarchici certo, ma anche esponenti delle istituzioni e della stampa, del mondo delle università, sindacati di base o provenienti dalle retroguardie meno compromesse dei confederali, sottoproletari ecc. Componenti che, tra l'altro, non vanno affatto immaginate come compartimenti stagni, bensì in continuo sovrapporsi e mutarsi.  

Pur essendo oggi luoghi meno aggreganti rispetto al passato, in alcuni casi costretti a scendere a patti con le istituzioni per evitarne lo sgombero, si tratta comunque di potenziali coaguli di dissenso giovanile assolutamente intollerabili dinanzi alla parola d'ordine del Riarmo europeo. Non a caso è iniziata da tempo una nuova fase di spionaggio politico, sempre esistito, ma che adesso viene portato avanti in maniera piuttosto massiva ed incurante delle conseguenze, sia mediante l'utilizzo di spyware militari ai danni di attivisti e giornalisti, sia attraverso l'impiego di agenti sotto copertura tra le fila di realtà politiche come Potere al Popolo, fra l'altro effettuate prima delle mobilitazioni dell'ultimo autunno (si veda in proposito l'inchiesta di Fanpage), dunque in tempi non sospetti.

Accanto al sabotaggio del dissenso, si affianca l'iniziativa parallela di costruzione del consenso intorno alle armi, con percorsi come quelli immaginati per l'Università di Bologna, dove l'istituzione di corsi di studio per ufficiali militari, dunque a diretto contatto con tutti gli altri studenti, è stato solo per il momento accantonato. Un percorso che, nonostante le prevedibili resistenze, va portato avanti ad ogni costo, almeno finché la retorica bellicista impregnerà il discorso pubblico.

venerdì 28 novembre 2025

Marrakech e il Vento d'Occidente


Questo reportage non è altro che un condensato di sensazioni e piccole intuizioni a cui ho provato a dare forma durante un breve viaggio in Marocco, nello specifico a Marrakech, divenuta ormai una delle principali mete del turismo globale.

Marrakech è forse la città imperiale del Marocco più nota al mondo, probabilmente perché è anche quella che più rispecchia le caratteristiche esotiche del popolo marocchino. Per il turista che voglia visitare l'Africa senza rischiare troppo, è una tappa obbligata. Tra spezie d'ogni genere, tessuti, oli e ceramiche; nella sovrabbondanza di merci che riempiono la medina - di cui mi sembra più che lecito sospettare l'origine locale - la porta del continente si ritrova a dover affrontare una serie di cambiamenti irreversibili, molto simili a quelli che sono già avvenuti alle nostre latitudini. 

L'OVERTOURISM - In ossequio ai dettami del turismo esperienziale, piattaforme come Booking e Airbnb offrono al turista una vasta gamma di alloggi all'interno della medina, l'antico centro cittadino famoso per i coloratissimi suq che si dipanano lungo le sue arterie principali. Le strutture ricettive maggiormente sponsorizzate dalle piattaforme ricalcano il modello della tipica riad, la tradizionale abitazione marocchina che si sviluppa su più piani intorno ad un cortile adibito ad ambiente conviviale per gli ospiti. 

La terrazza del riad è solitamente definita rooftop, alla stregua degli ultimi piani all'aperto dei ristoranti cittadini, ed è arredata con tavoli e lettini sui quali è possibile bere il tè alla menta al tiepido sole novembrino, circondati da un non troppo invitante skyline dei tetti rossi sgarrupati, simili ai caseggiati abusivi che si trovano lungo le coste del nostro sud Italia. Il rooftop è anche il punto più alto in cui essere travolti dal fascino (o dall'angoscia) della salmodia del muezzin alle prime luci del mattino. 

Pass. Prince Moulay Rachid al tramonto

Il b&b-riad cerca dunque di coniugare il richiamo piuttosto artato alle tradizioni marocchine con l'esigenza di comfort tipicamente occidentale, dalla cucina (di solito aperta solo quando è presente la governante/host della struttura) ai bagni costruiti con i tipici mattoni di arenaria rossa, da cui sgorga l'acqua il cui utilizzo alimentare è fortemente sconsigliato. Così come accade con i bassi napoletani o con i calli veneziani, anche qui la riconversione delle antiche abitazioni a fini ricettivi sta determinando inflazione e spopolamento del centro storico, un fenomeno globale a cui non si sottrae neanche il Marocco. 

INVADENZA ED ESTRANEITA' – E' tuttavia sufficiente attraversare i vicoli della medina e non farsi irretire da una concezione folkloristica di ciò che si vede – veicolata in buona parte dagli stereotipi occidentali – per rendersi conto di come gran parte degli abitanti di Marrakech debba affrontare una difficile quotidianità, al di là delle apparenze dal gusto esotico che vengono propinate al turista. Te ne accorgi quando tutte le sere, anche ad orario inoltrato, si radunano folle di persone alle fermate degli autobus in attesa di poter tornare nelle loro case; quando incroci lo sguardo degli uomini che debbono trasportare carichi pesantissimi coi loro carretti tirati a mano, facendo lo slalom tra la merce esposta fuori alle botteghe e i tanti turisti che affollano le strade; oppure nel volto delle donne che, nascondendosi dietro al velo, fanno ritorno fra mille acciacchi ai loro doveri domestici. 

Ad un'osservazione più attenta è possibile cogliere le differenze sociali all'interno della stessa medina, dove si alternano aree più degradate ad altre in apparenza più benestanti, probabilmente a seconda dell'entità del giro d'affari che interessa i diversi suq. I vicoli a ridosso della porta di Bab Doukkala ad ovest delle antiche mura, dove si trovava il nostro alloggio, sono probabilmente fra quelli più poveri. Lì vi si trovano officine, falegnamerie, ferramenta; tutto un articolarsi di mestieri che viene in gran parte svolto su strada, dove all'odore acre prodotto dai cibi cotti sul momento, si aggiunge quello degli animali da soma che vi sostano all'esterno. Fra docker che sfrecciano incuranti tra la gente e bambini che si avvicinano per chiedere l'elemosina, il turista occidentale ha un assaggio di cosa debba essere la miseria nel continente africano, pur all'interno di un Paese che cerca di avvicinarsi sempre più agli standard occidentali. 

I colori dei suq di Marrakech

I tanti stranieri sciamano affascinati e un po' intimoriti dall'umanità che rinfocola incessante nelle rue più turbolente della medina, riscoprendo un'ambivalenza determinata dalla duplicità dei ruoli che si trovano a ricoprire: quella di assedianti e quella di assediati. 

Si è assedianti quando la nostra estraneità e le nostre infime esigenze si calano con violenza in contesti locali anche di estrema povertà, come nel caso di Bab Doukkala. Sia chiaro, non tutta la medina si presenta in tali condizioni: ai vicoli riparati dal sole con l'uso di tendaggi raffazzonati o di lamiere di metallo e amianto, si alternano viuzze più ordinate in cui la luce solare filtra attraverso pregiati legni intarsiati, dove trovano posto botteghe più eleganti e locali notturni che offrono al turista lo spettacolo delle fontane e degli stucchi sbrilluccicanti al chiaror di luna. Luoghi raffinati e improntati a soddisfare la ricerca occidentale all'esoticità del Marocco, ai cui lati può tuttavia scorgersi la miriade di vicoletti sgangherati in cui si celano le ferite di un vivere faticoso, impossibili da occultare. 

Si è invece assediati quando, alzando lo sguardo in alto, verso le arcate argillose della medina, ci si rende conto di essere sotto la costante sorveglianza di vistose telecamere; stesso discorso per quanto ci è capitato di osservare all'interno degli spazi comuni del riad, probabilmente non un caso isolato. Sicurezza certo, al fine di prevenire reati ai danni dei turisti - la monarchia alawide ci tiene allo sviluppo del settore turistico - ma l'occhio elettronico risponde anche a scopi di controllo politico. 

GLI SQUILIBRI SOCIALI - Il nostro arrivo a Marrakech è stato infatti preceduto da giornate di intense manifestazioni di protesta contro il governo, in alcuni casi represse nel sangue. L'onda lunga del malcontento popolare si palesa sui muri di alcune zone della medina prive di telecamere, dove campeggiano i noti acronimi "Acab", "13.12", "Ultras".

Proprio la polizia sembra essere il fulcro attorno la quale ruota la tenuta di una delle pochissime monarchie ancora esistenti in Africa. Le forze dell'ordine marocchine si suddividono in tre tronconi: la Gendarmerie Royale, che è facile incontrare presso le sedi governative e al di fuori della città, e di cui aveva tanto timore il nostro accompagnatore; la Sureté Nationale, armata e presente a Marrakech con funzioni di disciplina del traffico e della sicurezza pubblica; le Forces Auxiliaires, con divisa beige e manganello d'ordinanza, apparentemente non munite di armi da fuoco, dedite al controllo dei mercati e soprattutto della ingovernabile piazza Jamaa el Fna - parzialmente chiusa per lavori - dove l'orgia del commercio raggiunge il suo apice, ospitando variopinti mercanti provenienti da tutto il continente.

La proverbiale insistenza dei mercanti della medina testimonia non soltanto la centralità del commercio per ampie fasce della popolazione locale, quanto le sfuggenti dinamiche sociali che vi sottendono. Più membri della stessa famiglia gestiscono diverse attività commerciali, sostituendosi di volta in volta nel corso della giornata e trasportando freneticamente le merci da un capo all'altro del centro storico; commercianti di tutte le nazionalità cercano di ritagliarsi un proprio spazio nella piazza Jamaa el Fna, dando luogo a frequenti diverbi con le forze dell'ordine che cercano di limitarne la presenza oltre un certo orario. A Marrakech è l'informalità a dominare le modalità in cui si svolgono le transazioni, dalle botteghe ai numerosissimi taxi; bisogna necessariamente contrattare per beneficiare di prezzi convenienti, a volte in maniera davvero ossessiva. Lo scontro (non l'incontro) tra domanda e offerta mette in risalto la scaltrezza e il cercare di fregare il prossimo, doti non particolarmente apprezzabili nell'essere umano. 

TRA RICOSTRUZIONE E I MONDIALI 2030 – Marrakech non è solo l'antica medina e i palazzi imperiali d'epoca medievale, ma è anche la metropoli circostante che si va sviluppando al di fuori delle mura medievali. Accanto a pretenziosi quartieri finanziari e turistici, continua frenetica la crescita edilizia della città, tra gru ed escavatori che spianano senza sosta i terreni ricchi di arenaria, sollevando polveroni d'un sempiterno color rosso ocra, travolgendo la misera campagna che si scorge dai finestrini oscuri del van che ci ha accompagnato dall'aeroporto. 

Un villaggio berbero

Due fattori ne sostengono il caotico sviluppo urbanistico. 
Il devastante terremoto che ha colpito due anni fa il territorio a sud della Città Rossa in direzione delle cascate di Ourika lungo la catena montuosa dell'Alto Atlante, su cui sono abbarbicati come presepi i secolari villaggi berberi, alcuni dei quali sono stati pressoché spianati dal sisma, ed ora sono oggetto di una disordinata quanto iniqua ricostruzione: secondo la ministra dello Sviluppo urbano, Fatima Ezzahra El Mansouri, sono oltre 53mila le nuove abitazioni completate, a fronte di altre 56mila in corso d'opera, sebbene siano ancora 4000 le famiglie che vivono ancora nelle zone considerate a rischio. Tra le strade dissestate dei territori berberi disseminati di tanti punti vendita dedicati ai viaggiatori, i giovani rimasti nei villaggi cercano di riconvertire le tradizioni locali a fini turistici pur di uscire dall'isolamento acuito dal sisma, attraverso la costituzione di cooperative di produzione agricola, affinché si possa offrire allo straniero l'emozione di vivere in prima persona gli usi più antichi delle tribù berbere, dai balli tradizionali all'ebrezza di pigiare con una sorta di mosto le mandorle dell'argania utilizzate per produrre l'olio di Argan, dalle proprietà cosmetiche e terapeutiche. 

Il secondo fattore è dato dall'aggiudicazione del Marocco, insieme a Spagna e Portogallo, delle partite finali della Coppa del Mondo 2030. Come già accaduto in Italia per i mondiali del '90, anche nel Regno di Muhammad VI la crescita edilizia viene trainata dalla politica dei grandi eventi, unitamente al fenomeno dell'overtourism che contribuisce a minare i già fragili equilibri sociali.

La linea politica marocchina sceglie insomma di spingere all'eccesso i folklori locali, affinché il turista ne rimanga incantato, stordito, alla pari dei serpenti ammaestrati al suono del clarinetto, assicurandogli una città su misura per le sue esigenze, rinchiudendo e reprimendo le tante contraddizioni dietro un soffocante paravento di colori e musiche esotiche. Disuguaglianze stridenti che restituiscono ancora una volta lo stesso dato: qualunque siano gli usi, i costumi, la religione e la mentalità dei popoli del pianeta, la vita materiale del proletariato rimane sempre ed ovunque lotta di sopravvivenza. 

venerdì 28 febbraio 2025

De Profundis Ucraino

Vladimir Putin. Foto di Дмитрий Осипенко da Pixabay

A distanza di tre anni dall'inizio dell'invasione russa, appare fin troppo chiaro che del destino dell'Ucraina in sé e per sé non è mai fregato niente a nessuno. 

Al netto dei rischi geopolitici e di sicurezza globale che una simile partita ha finora comportato, l'apparato militar-industriale occidentale, soprattutto americano, ci ha solo guadagnato dal trasferimento di miliardi di denaro pubblico nelle proprie casse (l'Ucraina infatti riceve i soldi in prestito e poi li reinveste nelle fabbriche di armi americane). 

La guerra è stata dunque un buon affare: oltre agli immensi guadagni, la distruzione di uomini e mezzi sul campo di battaglia ha permesso di mettere alla prova le tattiche militari e ha accelerato lo sviluppo di nuove tecnologie, vedi l'uso dei droni e dell'intelligenza artificiale. 

Oggi che s'intravede un'intesa tra Russia e Usa per il cessate il fuoco, i leader europei corrono ai ripari, e non di certo per la difesa dei valori democratici, ma per due ordini di ragioni ben più materiali.

Il primo risiede nel fatto che l'accordo tra Trump e Putin mina alle fondamenta i piani di ricostruzione post-bellica dell'Ucraina che i capitalisti europei stavano delineando unitamente ai loro partner statunitensi. Negli anni precedenti abbiamo assistito a vere e proprie fiere internazionali in cui si discutevano i piani di spartizione del bottino ucraino: anche l'Italia vi aveva partecipato con una propria delegazione. 

Il voltafaccia americano ha tuttavia cambiato le carte in tavola, in quanto impedisce agli europei di rientrare dall'investimento profuso nello sforzo bellico. Paventando addirittura un accordo tra capitalisti statunitensi e russi che li tagli fuori dallo sfruttamento delle risorse ucraine: immaginate ad esempio BlackRock e Gazprom che gestiscono in partnership i giacimenti minerari nel Donbass, tagliando fuori Shell o Eni. Oltre al danno la beffa.

Il secondo si rinviene nell'incapacità europea di porre una seria difesa sul fianco orientale del continente in assenza dell'ombrello militare di Washington. Sebbene l'ipotesi di una Russia in grado di arrivare fino a Lisbona non è altro che la boutade di un sempre più smarrito Zelensky, bisogna ammettere che nel tragico gioco geopolitico non è tanto (e solo) l'uso delle armi ad essere importante; ancor di più lo è il loro impiego simbolico, la minaccia che se ne fa. E' vero, la spesa militare europea in termini assoluti è maggiore di quella russa e non di poco; ma parliamo di ben 27 Paesi con differenti ed incompatibili sistemi d'arma. E soprattutto nessun Paese occidentale, al di fuori degli Stati Uniti, è oggi in grado di controbattere alle seimila testate atomiche di cui Putin è munito. 

Il paventato disimpegno statunitense dal fianco orientale spinge anche i Paesi dell'Europa orientale ad assumere una postura sempre più aggressiva: negli anni precedenti gli Usa avevano approfittato del loro rancore anti-russo per inglobarli nell'architettura della Nato, con Svezia e Finlandia che hanno aderito da poco a seguito dell'invasione dell'Ucraina. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva militarizzazione dei Paesi scandinavi, in cui si riaprono bunker, si costruiscono muri e si concepiscono nuovi modelli di mobilitazione della popolazione; la radicalizzazione della Polonia, che sta approntando l'esercito più potente del continente, pronto a reagire alla prima intemerata russa (ma non solo); i Paesi baltici, che da decenni sognano la soppressione dell'exclave di Kaliningrad vissuta come una costante minaccia, i cui rappresentanti siedono oggi ai massimi vertici dell'Unione Europea. Il venir meno del contenimento americano rischia insomma di far scoccare una scintilla di cui non sono prevedibili le conseguenze. 

E poi ci sono le incognite. 

Siamo davvero, ma davvero sicuri, che la pace tra Paesi europei sia un principio acquisito per sempre? Dinanzi a questa nuova corsa agli armamenti, cosa accadrebbe se venisse meno lo spauracchio russo? 

Come bisogna guardare ad una Germania impoverita dalla guerra e senza il gas russo a buon mercato, che vota in massa estrema destra, in cui il cui neo-cancelliere Merz annuncia un gigantesco piano di riarmo da 200 miliardi di euro? Oppure alla stessa confinante Polonia che assume oggi una postura particolarmente aggressiva? 

E il ritorno della Gran Bretagna, fino a ieri bastione americano in funzione anti-europea con la Brexit, protagonista del sostegno a Kiev "fino alla vittoria", adesso improvvisamente schierata con la Francia dopo le invettive di Trump contro il governo laburista? Gli inglesi sanno che la più vicina minaccia militare può arrivare dal continente europeo, di cui fanno parte geograficamente al netto del loro isolamento: che si tratti di Russia, Germania o della stessa Francia. 

E l'azione irruenta del duo Macron-Starmer nella risposta a Trump, entrambi leader degli unici Paesi europei dotati della bomba atomica, non approfondisce ulteriormente le divisioni interne all'Ue?

Tante domande, nessuna certezza.

lunedì 28 ottobre 2024

La Manovra e la Strategia del Governo Meloni

Camera dei Deputati. Fonte: Camera.it

Dalla prima bozza della legge di bilancio ora alla Camera è già possibile delineare la strategia economica del governo Meloni, che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene il lato oscuro di noi italiani. 

Il nuovo patto di stabilità europeo, approvato in maniera sostanzialmente incondizionata anche dall'Italia, reintroduce gran parte delle regole dell'austerity pre-Covid e ci impone un risparmio nei conti pubblici quantificabile, secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, tra gli 11 e i 13 miliardi di euro l'anno fino al 2031, il cui ammontare dovrà arrivare soprattutto da un imponente taglio della spesa pubblica. 

Per diluire e rimandare il più possibile l'impatto delle nuove regole nella percezione di massa, il governo procede su due fronti. Da un lato stabilizza una lieve detassazione del reddito individuale dei lavoratori dipendenti mediante una serie di misure, tra cui la resa strutturale del taglio del cuneo fiscale, dei nuovi scaglioni di reddito Irpef, nonché l'istituzione di una serie di incentivi per la natalità e di bonus sul salario accessorio. In questo modo si assicura la tenuta della sfera individuale della vita quotidiana di milioni di persone, ossia quella più immediatamente percepibile, e in fondo anche una loro complicità. 

Dall'altro lato si procede a far calare la scure sulla pubblica amministrazione, che si tradurrà in un ulteriore deficit di servizi per la collettività (scuola, trasporto pubblico locale, servizi sociali ecc). E qui i tagli sono pesanti. Se per i Ministeri il contributo richiesto è pari a oltre 7 miliardi di euro nei prossimi tre anni, per Regioni ed Enti locali la cifra è di 4 miliardi di euro (esclusi gli enti in dissesto o in riequilibrio finanziario). A ciò si aggiunge il tetto del 75% al turn over nella pubblica amministrazione per il 2025, che vuol dire meno posti a bando nei concorsi pubblici. Per le imprese collocate nelle Zone economiche speciali, ossia nel Sud Italia, naufraga la promessa dell'ex ministro Fitto (ora vicepresidente Commissione Ue) del raddoppio delle risorse stanziate per il 2025, sicché la capacità di copertura delle domande di decontribuzione presentate finora resta ferma ad un misero 17%.

Ora è chiaro che le conseguenze di queste misure per tutti saranno pesanti, e in specie per coloro che vanno avanti con redditi di sopravvivenza. Ma la strategia dei tagli indiretti fa sì che, almeno per ora, il cittadino medio non percepisca l'enormità dei sacrifici richiesti e possa andare avanti tranquillo, convinto di galleggiare sulla sua indifferenza per la politica e su una sua presunta capacità di trovare la scappatoia individuale alle avversità economiche, quando è chiaro che in realtà ciò è il frutto di un meccanismo di illusione-concessione del potere. Complicità che ingrossa, più che il consenso alla maggioranza di destra, l'astensionismo dilagante, il miglior alleato di questo governo.

Il punto debole della manovra da un punto di vista comunicativo sembra invece riguardare il comparto sanità, dove i medici hanno dichiarato di essere pronti allo sciopero generale. Sebbene la Meloni abbia provato a far passare il messaggio di un aumento degli stanziamenti nei prossimi anni (e questo è vero in termini assoluti), di fatto ci si trova dinanzi ad un "freno" della curva che aveva avuto un balzo dopo la pandemia, con un ribasso dello 0,4% della spesa sanitaria in rapporto al PIL (si veda l'intervista del prof Emiliano Brancaccio, il quale, oltre ad evidenziare una recessività della manovra perfino maggiore rispetto a quanto richiesto dall'Unione Europea, insiste anche sulla crescente destinazione dei fondi alle strutture private). Dinanzi allo sfacelo della sanità pubblica è più difficile nascondere la polvere sotto al tappeto.

martedì 6 agosto 2024

Il Diritto alla Mobilità Negato

Foto di Gustave Denuncio

Dal lockdown del 2020 in poi è apparso chiaro che il diritto alla mobilità, da sempre propagandato come caposaldo del mondo globalizzato (vedi Airbnb o i fantomatici Erasmus) per la sua capacità di generare grandi profitti, sarebbe divenuto man mano inaccessibile ai più.

Se in quegli anni, infatti, furono le misure di contenimento anti contagio a determinarne le restrizioni in chiave emergenziale,  queste diventano strutturali a causa dell'aumento spropositato dei prezzi. Che si tratti di auto, aereo, treno o nave, si assiste ad un'inflazione inarrestabile.

Il problema è che questa impennata dei costi non sembra scalfire l'Overtourism, alimentato da una crescente moltitudine che si affaccia sul mercato in cerca dell'agognato viaggio esperienziale, anche se breve e sfuggente, dove è possibile risparmiare solo se si approfitta di offerte last minute o con un'ampia programmazione anticipata delle vacanze (a cui si aggiunge il costo delle assicurazioni per coprire le inevitabili disdette). 

Il progressivo venir meno del diritto a spostarsi diventa assai più incisivo se si guarda alla mobilità interna ai territori in cui si abita, specie se motivata da ragioni di lavoro, cura o altra necessità.

Alcuni esempi nella città dove vivo.

Negli ultimi anni il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici a Napoli è progressivamente salito, fino ad arrivare ad € 1,80 per un ticket valevole per 90 minuti, a fronte di disservizi quotidiani. Da ultima rilevazione anche l'RC auto ha subito un ulteriore aumento del 6,2% a livello nazionale rispetto al 2023, che su Napoli vede il primato nazionale annuo di € 583 in media. Non va meglio sul fronte dei taxi, dove da settembre si registrerà un aumento delle tariffe fino al 15%. 

Ai costi dei trasporti privati e pubblici si accompagnano quelli degli altri beni e servizi che rientrano comunque nell'ambito del diritto alla mobilità in senso lato, poiché chi si sposta deve poter mangiare, riposare, ecc., sperimentando così un costo della vita fuori controllo, senza alcuna forma decente di sostegno al welfare. E purtroppo Napoli si riconferma a luglio prima città in Italia per crescita percentuale dell'inflazione, pari al doppio della media nazionale.

Tutto questo - si ricordi - in un Paese che vede ferma la crescita dei salari da almeno trent'anni.

Alla luce di ciò, l'art. 16 della Costituzione è ancora valido?

sabato 6 luglio 2024

L'Impossibilità del Riformismo

John Maynard Keynes

Il cosiddetto "riformismo" ha ancora una possibilità in questo periodo storico? 

La domanda è d'obbligo, visto il fronte comune che le sinistre provano a costituire davanti all'avanzata della destra estrema in tutto il continente europeo, specie ora che le elezioni legislative in Francia hanno visto primeggiare il RN di Marine Le Pen. 

Si veda l'esempio italiano: gli ultimi governi in senso vagamente riformista sono stati il Conte-1 e il Conte-2, al netto ovviamente del pesante fardello reazionario che soprattutto il primo ha comportato (in primis il Dl Sicurezza). In entrambi i casi abbiamo avuto misure come il Reddito di Cittadinanza, i bonus fiscali, il Recovery Fund ecc., senza ignorare gli aspetti fortemente deficitari che le caratterizzavano.

Eppure proprio l'imperfettibilità di queste misure, unito al fatto che quei governi hanno avuto vita breve per precisa volontà politica, rafforza la convinzione di un'impossibilità del ritorno al riformismo tipico del secondo Novecento. Il naufragio delle recenti esperienze politiche "progressiste" si è sempre verificato in due modi: o con l'arrivo di governi tecnici (vedi Draghi) abilmente messi in piedi grazie a sicari istituzionali (Renzi), oppure con l'elezione di governi di destra tramite mandato "popolare" (in realtà esito di un mix feroce di astensionismo galoppante e sistema elettorale parzialmente maggioritario). 

Tutto ciò dimostra appunto l'impossibilità di una soluzione riformista della più grave crisi generale, anzi direi totale, del capitale. 

Che il sistema attuale lo si chiami "capitalismo cannibale" (Fraser), nel senso che divora gli stessi fondamenti del suo funzionamento, oppure "tecnofeudalesimo" (Varoufakis), sancendo così la morte del capitalismo - dunque del profitto - e un ritorno alla centralità della rendita in stile medievale (protagoniste le Big Tech come Meta, Google, Microsoft ecc.), l'esito non cambia: siamo davanti ad uno spartiacque storico, di cui nessuno sembra assumerne pienamente le conseguenze.  

Alle sinistre borghesi basterà quindi assemblare dei fronti più o meno unitari, sulla base di programmi spesso infarciti di buoni propositi, puntualmente traditi al momento di governare, spingendo ulteriormente l'elettorato a collocarsi tra l'astensione o il voto all'estrema destra? 

E poi in Italia c'è chi davvero crede che sia sufficiente una Elly Schlein a trasformare un coacervo di comitati di affari come il PD, in un partito coeso e sinceramente votato alla causa operaia?

Anche queste sono domande d'obbligo, ma piuttosto retoriche.

domenica 24 marzo 2024

L'Abisso della Guerra


Ultimamente mi capita di rileggere su questo blog alcuni miei vecchi post di pochi anni fa, nel quale trattavo argomenti che, alla luce degli ultimi accadimenti, sembrano essere reperti di un'altra era geologica. Una percezione che si deve a due aspetti principali: quello legato alle esperienze personali e quello che invece afferisce alla dimensione degli avvenimenti collettivi. 

Tratterò del secondo di questi aspetti, cioè della dimensione degli avvenimenti collettivi. Uno sguardo in retrospettiva ci restituisce un panorama da cui sfuggiva ai più la dimensione "catastrofica" dei cambiamenti in atto nel mondo. Proprio la pandemia del 2020 è stata il primo evento catastrofico che avrebbe dovuto illuminarci sull'insostenibilità del nostro sistema economico e produttivo, ormai in aperto conflitto con la natura, e a cui ha fatto seguito la seconda catastrofe, ossia l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, cioè l'atto che va ad incunearsi nell'apparentemente inattaccabile sfera d'influenza atlantica, con la progressiva militarizzazione del discorso pubblico.

Addestrati allo stato di eccezione delle misure anti-Covid, la guerra ha potuto fare breccia nel nostro quotidiano senza troppi traumi, adottando stavolta uno schema inedito rispetto agli ultimi trent'anni. I conflitti tracimano dal recinto che fino a poco tempo fa l'unipolarismo americano si preoccupava di delineare, quando gli USA ascrivevano a sé l'esclusiva di scatenare le più devastanti operazioni militari in giro per il mondo, lasciando agli avversari il logorante terreno delle proxy war e della guerra asimmetrica. L'invasione scatenata da Putin sancisce invece la fine della logica unipolare, già in profonda crisi dal 2008 in poi, e acuisce quelle faglie geopolitiche mai sopite: da Taiwan al Mar Rosso passando per il Medioriente, dove, in particolar modo, l'America si dimostra incapace di contenere l'alleato israeliano, proiettato verso la soluzione finale ai danni del popolo palestinese.

L'unico argine concreto al tracimare delle guerre è finora rappresentato dall'opposizione delle opinioni pubbliche degli Stati occidentali al diretto coinvolgimento, in cui i pur imperfetti sistemi democratici obbligano gli aspiranti Napoleone nostrani a tenerne conto. In verità, più che di un'opposizione ragionata, si tratta di un sentimento diffuso di contrarietà che si fonda sull'istinto di auto-conservazione dei variegati gruppi sociali. Più i nostri sistemi democratici vengono erosi dall'interno, più aumenta il rischio di un conflitto totale. Non è un caso che, dalle colonne del Sole 24 Ore, qualche "politico europeo di alto rango" auspichi addirittura il verificarsi di un evento simile a quello dell'attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor, il quale spinse gli Stati Uniti nel 1941 ad entrare in guerra contro le potenze dell'Asse. Un evento in grado di avere lo stesso effetto sulle popolazioni europee. Perché, pur chiusi nella torre della loro autoreferenzialità, i ceti dirigenti, nel loro bieco cinismo, sono ben consapevoli che al momento non esiste un'opposizione organizzata alla guerra che possa manifestarsi sui diversi piani (politico, sindacale ecc.), al di là delle sporadiche iniziative (anche molto partecipate) messe in campo soprattutto dal mondo cattolico, e ben può un simile evento creare una breccia nel sentiment di massa, lasciata alla deriva dall'assenza di un forte collante ideologico in grado di coagularsi intorno a solide organizzazioni politiche.

Gli appuntamenti elettorali che verranno, prima in Unione Europea e poi in America, saranno determinanti per tracciare una direzione che - si spera - possa essere diversa da quella totalmente sciagurata verso la quale lorsignori ci stanno portando. 

mercoledì 27 dicembre 2023

Ricordi

Il ricordo di te saranno i fiori, mia cara amica e compagna, come quelli che anelavi sbocciassero nei giorni di primavera, sul Molise, tra i filari rossi del tuo giardino.

Fai buon viaggio
Mariantonia Stefanino ❤️

lunedì 15 agosto 2022

Il Capitalismo Cannibale e i suoi Limiti


Condivido molto Nancy Fraser quando afferma che la visione marxista tradizionale non considera a sufficienza le "condizioni di possibilità di fondo" che sorreggono la nostra esistenza e l'esistenza stessa del capitalismo. 
 
Anzitutto la riproduzione sociale, intesa come l'attività spesso svolta dalle donne al di fuori dell'economia ufficiale, consente la rigenerazione della "forza-lavoro" che è alla base dello sfruttamento capitalistico: far nascere i bambini, nutrirli e farli crescere, istruirli, educarli fino a farli diventare adulti, affinché possano entrare a far parte del mercato del lavoro; ma anche curare i propri compagni e mariti affinché abbiano tutto il necessario per affrontare la giornata di lavoro (biancheria pulita, cibo alla sera ecc). Senza la riproduzione sociale non ci sarebbero lavoratori a sufficienza da cui estrarre il famoso plusvalore.
 
La seconda condizione è la natura non umana, ossia l'ambiente. L'accumulazione capitalistica presuppone la necessità di estrarre le risorse naturali dal pianeta, come gli idrocarburi, le fonti di energia, sfruttare le grandi distese di terra per coltivazioni e allevamenti intensivi. Senza l'ambiente il capitalismo non potrebbe giocare il suo ruolo: il Covid-19 ad esempio, provocato dal nostro distruttivo modello di sviluppo, ha comportato una forte contrazione dell'economia globale, a dimostrazione che le condizioni non economiche possono intaccare la struttura economica. 
 
Ma qual è il punto di tutto questo? E' che oggi il capitalismo non si limita più a sfruttare semplicemente gli shock, come raccontava Naomi Klein nel suo best-seller del 2007 citando l'invasione in Iraq, ma ormai cannibalizza sé stesso, come afferma Nancy Fraser in "Capitalismo Cannibale" (uscirà in lingua inglese il 22 settembre). Ossia il suo imperativo di accumulare e di reinvestire capitali incessantemente per accrescere sè stesso travolge e distrugge la riproduzione sociale, i rapporti familiari, l'ambiente, gli Stati ecc, ossia le sue stesse condizioni di sopravvivenza, come si sottolineava prima. 
 
La sommatoria delle crisi economica, sanitaria, ecologica, politica fanno pensare che ci troviamo davanti ad una crisi generale del sistema capitalistico. Non semplicemente una crisi di settore, come può essere stato lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprima nel 2007-2008, ma qualcosa di epocale. 
 
A questo punto Nancy Fraser prova ad elaborare una soluzione politica a tutto questo, che consiste nella costruzione di un blocco egemonico a sinistra denominato "ecosocialismo democratico globale" in grado di abbracciare, in una forma populista, tutte le varie lotte contro le declinazioni dello sfruttamento capitalista (attivisti ambientalisti, sindacati, i movimenti femministi ecc), ridefinendo e allargando il concetto stesso di "lotta di classe" non solo alla lotta nel luogo di lavoro, ma ad ogni forma di lotta anticapitalista. 
 
Il progetto secondo me è ambizioso e sotto certi aspetti coglie i punti deboli di una sinistra che ancora non è riuscita a darsi un'identità politica dopo lo shock degli anni '90. Aspetto di poter leggere il libro per dare un giudizio più compiuto, tuttavia ho delle riserve che mi fanno essere piuttosto pessimista a riguardo.
 
Chi si definisce marxista sa bene che la lotta contro il capitale è fatta di sangue e merda, e che i popoli, gli individui non imparano a sfidare apertamente il sistema di terrore messo in piedi dalle classi dominanti se non sul terreno della pratica. Purtroppo l'uomo non riesce ad imparare se non vivendo il dolore sulla propria pelle, e questo periodo storico di pax tra le classi ha determinato la pressoché assenza di una forza sociale e politica in grado di opporsi al sistema capitalistico. Gli esperimenti politici solo "dal basso" o solo "dall'alto" non funzionano, ci vuole reciprocità dei due movimenti altrimenti la sconfitta (o peggio la torsione reazionaria) è già definita in partenza. 
 
C'è anche da dire che purtroppo il sistema capitalistico, dinanzi alla crisi epocale che stiamo vivendo, sembra aver trovato la soluzione per anticipare e neutralizzare sul nascere qualsiasi climax rivoluzionario, e che è in fondo sempre la stessa: la guerra. 
 
L'opzione bellica, se da un lato è causa delle crisi capitalistiche (si veda lo shock inflazionistico sui prezzi dell'energia), dall'altro è anche una soluzione, perché distrugge il capitale in sovrapproduzione (in primis il capitale "umano", cioè uomini e donne) e crea ex novo le condizioni per un nuovo ciclo di accumulazione. Ecco così che si acuiscono tra gli Stati le tensioni accumulate negli anni lungo le faglie geopolitiche, dall'Ucraina a Taiwan, in un crescendo il cui epilogo sembra già scritto, in assenza di quella forza controegemonica di cui parla Nancy Fraser. 
 
Questi sono i motivi per cui nutro poca fiducia nella capacità delle attuali generazioni (in particolare la mia, almeno in Occidente) di mettere in piedi quel blocco controegemonico di cui parla Nancy Fraser, e mi auguro che chi verrà dopo di noi sarà in grado di poter avere il coraggio e l'integrità che noi non abbiamo avuto.

martedì 5 luglio 2022

Perché La Rabbia?


La rabbia non è foriera di nulla. Non è come l'ira, che è quel sentimento in grado di spingere in avanti il corso della Storia quando s'incaglia nelle secche.

La rabbia ti paralizza, non ti consente di arrivare al punto focale di te stesso, soprattutto occulta le sue ragioni concrete. I silenzi, i rifiuti, le ambizioni frustrate, tutte cose che il tuo ego rifiuta di accettare come limiti normali dell'esistente.

La rabbia si presenta a momenti alterni: a volte diventa un torrente che s'ingrossa impetuoso e produce un frastuono che ti rende sordo alle cose del mondo, altre volte invece riduce la sua portata e diventa un ruscello, eppure non scompare mai del tutto, rimane silente, sempre pronta ad ingrossare il letto del fiume alla prossima piena.

La sua compagna più stretta è la frustrazione. Le vedi che vanno a braccetto insieme, come due amiche sceme mentre fanno shopping, accompagnano giorni e notti insolenti, privi di significato.

La rabbia cerca giustificazioni, obiettivi su cui scaricarsi, offusca la visione del mondo e ti allontana dal vero, dalla comprensione di te stesso nel tuo rapporto con gli "altri".

La rabbia pretende vendette impossibili, perché sono continue ed incessanti. Ogni tanto ne soddisfi qualcuna, solitamente perché sono gli eventi a sostituirsi a te, ma ecco che il giorno dopo ricominci daccapo, più nervoso di prima.

La rabbia spinge alla fuga da te stesso, ma non ti molla mai davvero.

venerdì 24 giugno 2022

La Napoli Feroce e Parassitaria che piace al Turista

I vicoli del centro storico invasi dai tavolini: foto tratta da Comitato Vivibilità Cittadina

E' inutile che il senatore Sandro Ruotolo faccia appelli alla legalità
dal ristorante del centro di Napoli il cui proprietario è stato vilmente aggredito da alcuni esponenti della malavita di Forcella, così come è inutile continuare a strombazzare in giro che il fenomeno camorristico sia slegato dal tessuto economico e sociale della città, come se la camorra fosse un tumore che, una volta estirpato, consentirà al corpo sano di riprendersi. La rissa scoppiata per l'accaparramento degli spazi in via dei Tribunali
(anzi, a guardare le immagini sarebbe meglio definirla l'aggressione), ormai trasformati in un enorme bar a cielo aperto, denota una realtà marcatamente tribale, brodo di coltura perfetto per il fenomeno camorristico, il quale a sua volta torna ad inquinare la società con l'enorme disponibilità di denaro liquido di cui l'asfittica economia napoletana necessita come l'aria.

Tavolini occupano un cantiere: foto tratta dal profilo Fb del consigliere Gennaro Esposito

Ed è inutile anche che si tenti di imbellettare questa realtà richiamando usurati valori di solidarietà reciproca e di mutuo supporto che l'animerebbero da secoli, magari rievocando fino alla nausea gli sketch di Totò, Peppino ed Eduardo De Filippo (che, forse qualcuno dimentica, era un iscritto al PCI) o creando brand commerciali fondati su una napoletanità melensa ed irreale. Basta grattare la superficie per rendersi conto che Napoli è a tutti gli effetti una fogna sociale, come tra l'altro emerge dalla denuncia di una giovane 22enne che su TikTok racconta di aver ricevuto un'offerta di lavoro in un negozio di abbigliamento a Secondigliano per 10 ore al giorno a 280 euro al mese. Nel luogo in cui l'ex leader degli ultras era soprannominato Genny 'a carogna, non c'è mica da fare tanto gli indignados dinanzi a cotanta carogneria: sono offerte che a queste latitudini avvengono all'ordine del giorno per le migliaia di senza risorse, a meno che non si è parte di ristretti gruppi sociali la cui affiliazione parentale o amicale elargisce come privilegi quelli che costituzionalmente parlando dovrebbero essere diritti. 

Screenshot tratto da NapoliToday

Nostalgia di Ermanno Rea, trasposto sul grande schermo da Mario Martone, è in realtà l'ultimo di una serie di romanzi che lo scrittore ha dedicato ai diversi segmenti territoriali, sociali e politici della città. Prima di quello ci sono Mistero Napoletano, La Dismissione, Napoli Ferrovia. E ancor prima del travaglio interiore e sentimentale di Felice Lasco quando compie l'errore di restare nel Rione Sanità, è la ferocia dei rapporti sociali in cui è immersa la dimensione partenopea ad emergere con prepotenza dall'opera. L'appartamento dell'anziana madre occupato con la forza, il predominio del clan dell'ex amico Oreste Spasiano detto 'o Malommo sul rione, l'ostilità - ancor prima dell'omertà - da parte degli abitanti del quartiere quando Felice si limita a citare il nome di 'o Malommo, il paternalismo di don Luigi che nella sua "tutela" del rione sostituisce in tutto e per tutto le istituzioni, e che agli occhi della gioventù bruciata del rione appare come l'unico (e illusorio) viatico di speranza, delineano una situazione tangibile che spinge ancora molti napoletani ad abbandonare la città: dati Istat alla mano, tra 2019 e 2020 se ne sono andati in 26mila.

Eppure bisogna ammettere che fa un certo effetto rendersi conto che al turista odierno non fa più schifo o paura la Napoli incivile, sporca, camorrista, come avveniva invece fino a pochi anni fa. Eccolo oggi questo turista che si unisce estasiato ai frizzi e lazzi locali aggiungendoci i suoi, insudiciando i già tracimanti vicoli del centro storico con gli aperitivi a base di spritz e panzarotti. E' il "turismo esperienziale" di cui si fa vanto e promotore il ministro Franceschini quando parla di Napoli "capitale del turismo mondiale nei prossimi dieci anni", la metropoli - Disneyland come qualcuno ha scritto su Facebook. Una nuova corsa all'oro che si appresta a fare il tris da queste parti senza aver fatto davvero tesoro delle due epoche di fallimenti che hanno caratterizzato gli ultimi settant'anni: dapprima la mancata industrializzazione del Mezzogiorno, per poi passare alla mitologia della de-industrializzazione ribattezzata "Rinascimento napoletano", di cui è stato assoluto protagonista l'ex sindaco Antonio Bassolino, almeno finché quella (flebile) speranza non si è rivelata come l'ennesima bolla di sapone. La nuova corsa all'oro - anzi sarebbe meglio chiamarla la nuova drammatica corsa verso il baratro -  sottrae spazi di vita ai residenti e fa schizzare verso l'alto i canoni di affitto del mercato immobiliare, già fortemente monopolizzato da congregazioni religiose e criminalità organizzata.

Questo turista così desideroso di immergersi nel bailamme cittadino sembra suggerirci che forse anche il mondo si sia un po' napoletanizzato, ma non nel senso nobile che ne davano i compianti Mastroianni e De Crescenzo, piuttosto nel senso che la ferocia dei legami economico-sociali tipici di un certo capitalismo parassitario inizia ad essere non così dissimile nel resto d'Italia.

giovedì 18 marzo 2021

Mani Su Bagnoli - I Fantasmi del Terremoto (prima parte)

Il campetto dove Jorit ha da poco ultimato la sua opera dedicata al rapper catalano Pablo Hasel, arrestato dalle autorità spagnole, dista poche centinaia di metri in linea d'aria dai suoli di proprietà privata della collina di San Laise. Oltre ai terreni di pertinenza della FBNAI (che abbiamo spiegato essere in realtà un'azienda pubblica di servizi alla persona), esistono ulteriori ettari che hanno subito diversi cambi di proprietà negli ultimi decenni.

IL PIANO CASE SULLA COLLINA DI SAN LAISE

Nel bollettino firmato dal vicesindaco Carmine Piscopo, deus ex machina della delibera sui beni comuni e ideatore del Pua (piano urbanistico attuativo) elaborato per l'ex base Nato, si evince come i terreni appartenessero in origine alla famiglia Salluzzo conti di Corigliano, sui quali vivevano da generazioni diverse famiglie di coloni. Successivamente, all'insaputa dei coloni stessi, i Salluzzo vendevano tutto alla SIMIT Spa, una società con sede legale a Milano, ma gli uffici a Maddaloni nel casertano.

Negli stessi anni - siamo in epoca post-sisma in Irpinia - il commissario straordinario alla ricostruzione, nella persona dell'ex sindaco Carlo D'Amato, aveva deliberato nel 1987 la costruzione e l'acquisto di nuovi alloggi da destinare agli sfollati del terremoto e del bradisismo puteolano, sulla base dei finanziamenti stanziati con la legge n. 94 del 1982 (art. 2). Tra gli interventi finanziati rientrava la realizzazione di ben 910 vani residenziali proprio sui terreni limitrofi alla ex base Nato. 

La nuova cementificazione fu denunciata da alcune interrogazioni parlamentari provenienti da diversi gruppi politici (qui, qui, qui e qui), e la risposta dell'allora ministro all'ambiente Giorgio Ruffolo era sempre la medesima:

Non è stata effettuata alcuna valutazione d'impatto ambientale perché non prevista per legge. L'area oggetto dell'intervento è di solo 20 mila quadrati di cui solo le aree di sedime dei fabbricati, cioè circa 2 mila metri quadrati, non saranno destinate a verde e quindi l'alterazione, in termini percentuali, della quota di verde pro capite è trascurabile.

A quel punto iniziarono gli espropri dei coloni, come previsto dalla legge n. 219 del 1981. Molti furono costretti ad andarsene, qualcun altro riuscì ad opporsi e a rimanere. Alla fine gli alloggi non si fecero più, sia grazie alla resistenza opposta dai coltivatori e dalle associazioni, sia in virtù del cambio di strategia che si registrava verso la fine degli anni '80 da parte della classe dirigente cresciuta sulle rovine del sisma: la gallina dalle uova d'oro non erano più le case, bensì le grandi infrastrutture. Ma di questo occorre parlarne nella seconda parte di questa mini-inchiesta che spero di pubblicare a breve.

I NUOVI PROPRIETARI

L'ex base NATO sulla collina di San Laise

Sempre sulla base dello scritto di Piscopo, i suoli passano nuovamente di proprietà, e precisamente alla Ingegneria e Costruzioni Generali Spa. Scorrendo sul registro imprese risulta trattarsi di un'impresa di costruzioni con sede a Napoli in via Gaetano Filangieri, 72. Da fonti di stampa si apprende poi che l'amministratore risulta essere Rossella Raiola, il cui nome è finito tra le carte dei Panama Papers per il ruolo di director in due società offshore nelle Isole Vergini Britanniche e alle Seychelles. 

Paolo Cirino Pomicino
Nel corso degli anni la ICG2 Spa (acronimo dell'impresa suddetta) ha cambiato più volte sede in quel di Roma, per qualche tempo è transitata anche in via Giosué Carducci 10, nota per essere stata a lungo la location della galassia di società legate all'entourage di Paolo Cirino Pomicino, in particolare facenti capo al suo storico collaboratore Vincenzo Maria Greco, l'ingegnere finito nel 2016 agli arresti domiciliari per il crac di Impresa Spa (il processo è iniziato pochi mesi fa), una delle aziende impegnate nella realizzazione del Tram veloce di Firenze, opera da 257 milioni di euro fortemente voluta dal tandem Verdini - Renzi. L'accusa è di aver svuotato le casse di Impresa, soldi che sarebbero stati utilizzati per le spese personali proprie e dei figli di Greco. Il danno sarebbe pari a 25 milioni di euro, a fronte di un ammontare di debiti pari alla cifra monstre di 700 milioni di euro, in gran parte accumulato nei confronti del fisco e dei dipendenti. In quell'inchiesta fu coinvolto anche l'altro socio di Impresa, Raffaele Raiola, costruttore napoletano impegnato su diversi fronti anche a Napoli, anche lui finito nell'inchiesta giornalistica dei Panama Papers.

Proprio i Greco e la ICG2 erano parte della cordata imprenditoriale interessata alla costruzione della centrale geotermica di Agnano, un progetto che suscitò tante proteste per i rischi connessi alla caldera dei Campi Flegrei, e che venne bloccato dalla Regione solo nel 2017. In quella cordata figuravano molti dei protagonisti del periodo storico della ricostruzione e che in effetti sull'area flegrea non sembrano aver mai mollato la presa.

IL RISCHIO DI SPECULAZIONI E LA FAMIGLIA PETRONE

Tornando alla collina di San Laise, il vicesindaco Piscopo chiarisce che il progetto complessivo di recupero del parco (elaborato tra gli altri dallo stesso Giovanni Grasso, presidente del circolo di Legambiente "Thomas Sankara" che ha ottenuto in concessione i terreni della Fondazione, ne abbiamo parlato qui) è finalizzato ad evitare che si verifichino speculazioni edilizie nei terreni della Ingegneria e Costruzioni Generali Spa. Un intento lodevole, ma che al momento rimane su carta. Sarebbe interessante capire se e come il Piano urbanistico approvato dal Comune preveda misure finalizzate alla tutela di quelle aree, visto e considerato che attualmente rimangono nella piena disponibilità di un'impresa che ha per oggetto sociale "la esecuzione di opere edili di qualsiasi genere per conto proprio, di pubbliche amministrazioni, di enti e di privati, in appalto o in concessione". Una soluzione potrebbe essere l'acquisto da parte dell'ente pubblico, il Comune o la stessa Fbnai, e la concessione alla coltivazione secondo regole e procedure trasparenti e partecipate, senza intermediari privati di sorta.

Occorre poi menzionare un ulteriore elemento che ha il sapore della beffa: il bando di gara emanato da Legambiente, per aprire ai cittadini della municipalità la coltivazione delle terre, impediva di partecipare a chi avesse in proprietà, in concessione o in uso terreni agricoli. Una condizione che, seppur animata dalla migliore delle intenzioni per dare spazio a chi non ha mai coltivato la terra (ma molti dubbi li sollevai sulle modalità con cui quel bando venne pubblicizzato), ha finito per tagliare fuori i pochi coloni non ancora espropriati, ossia coloro che hanno impedito agli avvoltoi del post-terremoto di cementificare la collina.

E come in un puzzle dove ogni tassello trova alla fine il suo posto, sempre a poca distanza dal murales di Jorit ecco spuntare il nuovo quartier generale della Petrone group, potente famiglia di imprenditori napoletani che oltre al settore farmaceutico e dei centri diagnostici, ha esteso i propri interessi nel campo dell'edilizia e in quello della gestione di parcheggi, in qualità di soci di maggioranza delle imprese della Quick No Problem Parking, società leader della sosta privata a Napoli e nel resto d'Italia. Fino a qualche anno fa vicepresidente del CdA di una delle loro aziende farmaceutiche, la Pierrel Spa con sede operativa a Capua, era uno dei protagonisti citati  prima. Indovinate chi? L'ex ministro Paolo Cirino Pomicino, ancora lui (Link).

Per questo non è il caso di scannarsi per un campetto privato, pur se riqualificato dalla mano di Jorit. Da queste lotte di appropriazione tribale del territorio, spacciate come rinascita di un quartiere o come processo spontaneo di mobilitazione, meglio tirarsene fuori. A maggior ragione per quel che dirò nella seconda parte di questa mini-inchiesta.

L'opera di Jorit a Bagnoli

venerdì 26 febbraio 2021

Mani Su Bagnoli - I Terreni dell'ex Base NATO

Un corteo presso l'ex base Nato. Fonte: Bagnoli Libera (Pagina Fb)

L'ex base Nato di Bagnoli
rappresenta oggi un altro grosso affare per chi vuole speculare sul rilancio dell'area occidentale di Napoli. Momentaneamente chiusa la partita sul commissariamento dell'ex area industriale, con buona pace di chi ha fatto proteste fino all'altroieri per poi tacere per sempre, e salvo improvvisi cambi di rotta col nuovo governo Draghi, le mire si sono spostate su quello che una volta era il collegio Costanzo Ciano, una cittadella concepita durante il fascismo per offrire un rifugio ai tanti bambini napoletani che vivevano in condizioni di estremo degrado.

Un ruolo questo che riuscì mai a svolgere a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale: dapprima utilizzato dalle truppe dell'Asse, dopo l'occupazione americana divenne il principale comando Nato nel Mediterraneo. La FBNAI (Fondazione Banco di Napoli - Assistenza per l'Infanzia) potè ritornare in possesso solo nel 2013 a seguito dello spostamento delle truppe nella nuova base di Lago Patria. 

A dispetto del nome, la Fondazione è in realtà un'azienda pubblica di servizi alla persona controllata da Regione Campania e Comune di Napoli, il cui scopo è appunto l'assistenza ai minori. E già questo dovrebbe servire a far storcere il naso davanti alla progressiva lottizzazione che è stata fatta dopo la dipartita dei militari, attraverso l'insediamento di attività imprenditoriali che hanno sottratto alla fruizione libera e gratuita i vari beni di cui il complesso è composto (come la piscina e i campi sportivi), spesso ottenute dietro canoni di favore. A nulla sono valse le lotte dei comitati e le belle parole spese da sindaco ed assessori sulla democrazia partecipata, sulle decisioni "dal basso" e amenità del genere. O forse no, a qualcosa sono valse, ed è l'aspetto più grottesco di tutta la vicenda che provo a raccontarvi.

Pochi giorni fa è stato pubblicato sul bollettino della Regione il Piano Urbanistico Attuativo, ossia lo strumento urbanistico attraverso il quale indirizzare le attività di riqualificazione della cittadella, grande ben trenta ettari. Sui contenuti di questo piano - ormai giunto in ritardo - mi riprometto di scriverne quanto prima in un altro post, ora vorrei focalizzare l'attenzione sui terreni esterni alla cittadella e di proprietà della stessa Fondazione. Parliamo di una superficie pari ad almeno dieci ettari che si estende sulla collina di San Laise. 

L'ex base NATO sulla collina di San Laise. I terreni di cui si parla sono quelli a nord

Nel 2015 viene stipulata una convenzione tra la Fondazione e Legambiente, in cui l'allora commissario Sergio Sciarelli affida in locazione sei ettari di terreno al canone di 1800 euro annui (ossia a 150 euro al mese), per sei anni. Legambiente, nella persona di Giovanni Grasso, presidente del circolo locale Thomas Sankara, si impegna a realizzare degli orti didattici nell'ambito del progetto "Parco delle AgriCulture Contadine". 

Oltre al solito prezzo ridicolo dietro cui avviene l'ennesima cessione di un bene pubblico, stavolta con il pretesto dell'associazionismo, il progetto AgriCulture non decolla mai davvero, nonostante il vicesindaco Carmine Piscopo ne lodi gli intenti sul bollettino mensile del centro interdipartimentale di urbanistica dell'Università Federico II:

In questo senso, l’affidamento della collina di San Laise dalla Fondazione Banco di Napoli a Legambiente, evitando una pericolosa privatizzazione, per farne agricivismo, orti urbani, passeggiate didattiche, potrebbe configurarsi come un progetto pilota da riproporre per altre aree a destinazione agricola ricadenti nel territorio comunale e per le quali si potrebbero sperimentare nuove forme di perequazione. Un processo questo che nasce dal basso, dalle collettività residenti nell'area, e porterà l’intera collina a diventare il luogo di una collettività ritrovata, in un’area dove si sono per più di 40 anni progettate guerre.

 

Carmine Piscopo
Il problema è che questo agricivismo si trasforma a sua volta nell'ennesima privatizzazione, avendo poco a che fare con una reale fruizione delle aree agricole. Il motivo è presto detto. Come dicevamo, il progetto AgriCulture non decolla, almeno fino a dicembre 2019, quando Legambiente riesce a rientrare in un bando della Regione, in cui si stanzia 1,4 milioni di euro per le realtà del terzo settore. Non sono riuscito a trovare le determine dirigenziali contenenti gli impegni di spesa, ma a leggere l'avviso originario, l'entità del progetto finanziabile non deve eccedere i 20mila euro. Quindi parliamo di ulteriore denaro pubblico che viene distribuito a pioggia su una miriade di progetti e progettini che per la loro frammentazione producono scarso impatto sociale, la cui vera funzione è quella di costruire pratiche di fidelizzazione con la politica. 

Legambiente a sua volta emette un bando il 21 settembre 2020 per la coltivazione di dieci orti per soggetti residenti nella X Municipalità Bagnoli - Fuorigrotta che non abbiano in uso, in concessione, possesso o proprietà altri appezzamenti di terreno, con obbligo di versamento della quota associativa annuale. Il bando viene pubblicato sul sito di Legambiente Campania e sul bollettino regionale, ossia quanto basta per assolvere agli obblighi di comunicazione previsti dalla legge, ma troppo poco per dare una giusta pubblicità a tutti i residenti nella municipalità, che avrebbe avuto bisogno di una più adeguata sponsorizzazione online e soprattutto affissione di manifesti pubblici come si faceva una volta (sull'equivalenza legale della pubblicità digitale ci sarebbe molto da discutere). Ed infatti quando due mesi dopo viene pubblicata sullo stesso sito web la graduatoria dei dieci vincitori, emergono già le prime "stranezze".

Anzitutto la graduatoria non fa alcuna menzione del punteggio ottenuto, né mette a disposizione i documenti presentati dai richiedenti per valutare se i requisiti previsti dal bando siano stati rispettati. Inoltre sembrerebbe che nei primi due posti della graduatoria compaiano due fratelli entrambi operanti nel campo dell'odontotecnica. Fin qui nulla di strano, però desta qualche curiosità il fatto che il laboratorio gestito da uno dei due si trovi in piazza Neghelli 10, nel quartiere Cavalleggeri, ossia allo stesso indirizzo in cui si trova la sede del circolo di Legambiente Thomas Sankara. Anche qui nulla di illegale sia chiaro, però potrebbe rappresentare la "spia" di quella mancata ampia diffusione di cui un bando del genere avrebbe avuto bisogno, se la vicinanza fisica di una sede associativa possa essere stato il viatico per la partecipazione.

Di questa storia si possono a mio avviso evidenziare due elementi.

Il primo è che il moltiplicarsi di tanti passaggi e referenti istituzionali ha annacquato inevitabilmente i meccanismi di pubblicità delle procedure, e quindi la stessa democraticità dell'esito finale. In ambito giuridico esiste infatti una bella differenza tra l'effettiva conoscenza e la mera conoscibilità degli atti, e spesso una normativa non troppo felice consente di alleggerire gli oneri pubblicitari. 

Il secondo, che rappresenta un po' la cifra generale della società odierna, è che dietro la foglia di fico dell'associazionismo, e soprattutto di tutta la narrazione tossica della vitalità della città, dell'auto-organizzazione spontanea dei cittadini, delle "best practices" di governo condiviso del territorio etc., si occultano i reali rapporti di forza esistenti in un determinato contesto territoriale. Cedere ai privati il governo del territorio apre la strada ad un vero e proprio neofeudalesimo, altroché agricivismo di cui parla Piscopo. 

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Nel prossimo articolo proverò a parlare delle ulteriori mire speculative in atto sulla collina di San Laise, a cui le modalità descritte spianano la strada, secondo una logica di spartizione (e convivenza) territoriale di nuovi e vecchi poteri di stampo oikocratico.