domenica 7 febbraio 2021

Draghi e la Logica del Debito Buono

A pag. 8 del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels si legge:

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare incessantemente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

In queste righe c'è un passaggio cruciale: la borghesia, ossia la classe dominante, non può esistere senza rivoluzionare in maniera incessante tutti i rapporti di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali precedenti. Il capitale non può mai arrestare il proprio processo di accumulazione. Le crisi, lungi dal metterne in pericolo le fondamenta, sono anzi l'occasione per la sua rigenerazione e per far partire nuovi cicli di accumulazione. Anche l'attuale crisi scatenata dal Covid-19 non fa eccezione: come affermava il compianto Giulietto Chiesa, chi spera che l'attuale sistema economico capitalistico possa crollare in virtù delle sue contraddizioni interne si sbaglia di grosso. Il sistema infatti funziona  benissimo, nello spazio che gli è proprio. Smetterà di funzionare solo quando cambierà lo spazio nel quale si trova [...] Dovremmo cominciare a capire che economia e finanza esploderanno non tanto per difetti interni, quanto per il sopraggiungere, ad esempio, di una rottura “esterna”.

Sebbene la pandemia sembri a prima vista rappresentare questa rottura "esterna", in grado di portare al crollo dell'attuale sistema neoliberista che fa dello scambio (diseguale) il suo nucleo centrale, in realtà ci stiamo rendendo conto che non è così: a distanza di un anno dalla sua irruzione nelle nostre vite quotidiane, il Covid sta accelerando le tendenze di trasformazione già insite nel sistema: dall'implementazione dello smart working all'utilizzo massiccio della didattica a distanza, dall'esplosione delle criptovalute alla definizione di un quadro giuridico sempre più "mobile" in grado di adattarsi automaticamente agli sviluppi della malattia (ed in futuro chissà a cos'altro).

 


Le manovre politiche che hanno portato alla dipartita di Giuseppe Conte segnano un punto di svolta nella conduzione delle azioni di governo nella fase pandemica: ancora una volta l'Italia viene eletta come laboratorio privilegiato dei cambiamenti che attraversano l'intero Occidente. L'arrivo di Mario Draghi è la dimostrazione che stavolta il grande capitale ha deciso di scendere direttamente in campo facendosi rappresentare dal suo uomo principale in Europa. Non che le linee guida non siano già state perseguite dai governi politici precedenti - e vedremo come - ma l'eccezionalità della crisi richiede ora di disvelarsi in prima persona, dismettendo temporaneamente la strategia dell'operare da dietro le quinte.

L'informazione italiana si spertifica nel glorificare la persona di Mario Draghi, come a volerci ricordare il perché siamo al 41° posto per la libertà di stampa. L'operazione "responsabili" attuata in maniera disperata dalla ex maggioranza giallorossa ha contribuito a gettare ulteriore discredito sul ceto politico, già profondamente scollato dalla vita reale, e ha spianato la strada all'arrivo dell'ex banchiere, il quale ha le idee chiare su come dovrà essere impostata la politica economica del suo futuro esecutivo. Lo si evince dall'ormai noto rapporto Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid redatto tra gli altri dallo stesso Draghi da parte del Gruppo dei Trenta, uno dei tanti think-tank in cui si riuniscono i membri delle élite bancarie e finanziarie del globo. 


Il presupposto da cui parte il rapporto è che le economie globali si trovano "al bordo di una scogliera" e che "le autorità devono agire urgentemente". Secondo gli estensori, alla crisi di liquidità delle imprese che ha caratterizzato la prima fase pandemica, e che è stata affrontata con l'aumento della spesa pubblica, seguirà una seconda fase caratterizzata da un'ondata di insolvenze. Per contenerne la portata, gli estensori del rapporto ritengono che i governi debbano ridurre l'entità degli aiuti forniti, in quanto la loro elargizione a pioggia determina la nascita di imprese definite "zombie" che rischiano di trascinare il debito pubblico oltre misura, alterando così gli equilibri del mercato. Agire in questo modo rappresenta un azzardo morale, poiche tali finanziamenti maschererebbero agli occhi degli imprenditori l'entità della crisi, determinando negli stessi una sottovalutazione circa le reali capacità produttive delle proprie aziende, spingendoli a fare investimenti sbagliati. 

Calando questo rapporto nel contesto degli interventi attuati negli ultimi mesi dal governo Conte, si tratta di porre uno stop alla miriade di bonus, ristori, cashback etc, insomma a questa forma mascherata di helicopter money, che pure aveva finora consentito se non di ripartire, quantomeno di sopravvivere. A pag. 3 del rapporto si legge chiaramente:

3. Adattarsi alle nuove realtà aziendali, piuttosto che cercare di preservare lo status quo. Il settore delle imprese che emerge da questa crisi non dovrebbe apparire esattamente come era prima a causa degli effetti permanenti della crisi e dell'accelerazione delle tendenze esistenti provocata dalla pandemia, come nel caso della digitalizzazione. I governi dovrebbero incoraggiare le trasformazioni aziendali necessarie o auspicabili e gli aggiustamenti dell'occupazione. Ciò può richiedere una certa quantità di "distruzione creatrice" poiché alcune aziende si rimpiccioliscono o chiudono e se ne aprono di nuove, e i lavoratori dovranno spostarsi tra aziende e settori, con un'adeguata formazione e assistenza temporanea. Tuttavia, anche i governi che sostengono tale adattamento in linea di principio potrebbero dover adottare misure per gestire i tempi della distruzione creatrice per tenere conto degli effetti a catena di cambiamenti eccessivamente rapidi, così come per i le situazioni di insolvenza che potrebbero sopraffarli.

La nuova strategia dei governi, secondo Draghi, dovrà quindi incentrarsi su interventi selettivi, finalizzati a supportare le imprese che presentino adeguate prospettive di redditività, lasciando invece morire tutte quelle imprese non in grado di adeguarsi alle nuove esigenze del mercato. E' il fondamento della distruzione creativa, che viene esplicitamente richiamata nel rapporto: l'espressione è dell'economista austriaco Joseph Schumpeter, che proprio dall'analisi dei testi di Marx sviluppa questa concezione, definendola come quel processo evolutivo dell’economia capitalistica, nel quale innovazioni tecnologiche e gestionali trasformano il ciclo produttivo, scompaginando l’equilibrio dei mercati ed eliminando le imprese incapaci d’innovare. Un meccanismo che detto così sembra essere perfettamente funzionale, in realtà è puro darwinismo sociale che condanna milioni di persone a precarietà e disoccupazione, ed è il pilastro dell'economia capitalistica e del suo tumultuoso procedere. 

La novità - ma neanche tanto - è che i protagonisti del nuovo processo di centralizzazione del capitale nelle mani di quei pochi ritenuti capaci di far ripartire gli investimenti (perché questa è la sostanza della politica poc'anzi delineata) saranno propri gli Stati, che dalla funzione di stato sociale diventeranno nuovamente i custodi e i sicari dell'ordine neoliberista. Una funzione questa che già s'intravedeva in alcune delle precedenti politiche del governo Conte, come evidenziato da Domenico Moro su l'Ordine Nuovo, e che con tutta probabilità saranno ulteriormente implementate dal governo Draghi. 

Il decreto rilancio del giugno scorso identifica ancora una volta nella Cassa Depositi e Prestiti, ossia nella depositaria del risparmio postale degli italiani, lo strumento mediante il quale lo Stato dovrà gestire gli interventi selettivi citati nel rapporto. Questi interventi dovranno avvenire non più mediante l'accesso al credito garantito dallo Stato come accaduto finora, bensì attraverso la partecipazione diretta statale nelle aziende identificate dal decreto come "strategiche" o con "prospettive di reddività". Il nome dell'operazione è Patrimonio Destinato: trattasi di 44 miliardi di euro frutto degli apporti allocati dal Ministero dell'economia che andranno a sostenere le imprese con un fatturato minimo di 50 milioni di euro all'anno, e ogni intervento autorizzato dalla CdP non dovrà essere inferiore a 100 milioni di euro. Trattasi pertanto di paletti estremamente selettivi che escludono la maggior parte delle piccole e medie imprese che si trovano in difficoltà. Queste partecipazioni inoltre non dovranno comportare poteri di controllo in favore della CdP, e quindi dello Stato, limitando quindi il suo ruolo a erogatore del denaro drenato dal pubblico senza alcuna contropartita in termini di gestione aziendale. Infine si stabilisce che l'accesso agli aiuti dovrà rispettare determinati requisiti e una valutazione compiuta dai soggetti individuati nei successivi decreti attuativi. 

E qui si apre un'ulteriore dilemma: chi, e sulla base di quali parametri, dovrà decidere quali sono le imprese meritevoli di essere salvate e quali no? Il rapporto del G-30 suggerisce che questi soggetti siano le banche e gli investitori stessi, in quanto hanno l’expertise per valutare la redditività delle aziende e sicuramente subiscono minori pressioni politiche. Ossia, come sentenzia Moro, senza dover rispondere agli elettori, che ne subiranno le conseguenze. Analizzando lo schema del decreto attuativo all'esame delle Camere, all'art. 26 possiamo infatti leggere

E' questa la logica del debito buono. Se esiste un debito buono, deve esistere anche un debito cattivo, e per i membri del G-30 quest'ultimo è rappresentato dalla liquidità fornita a pioggia dai governi. Un piano che come al solito finge di ignorare che il libero mercato di cui ci si preoccupa tanto di salvaguardare non è affatto equo e prevedibile, è anzi una giungla pericolosissima. Anzitutto le imprese definite in maniera dispregiativa zombie non scompariranno di per sé, ma saranno fagocitate dal sistema bancario nel momento in cui non saranno in grado di ripagare i prestiti ottenuti: questo vuol dire che ci saranno licenziamenti, famiglie rovinate, piccole proprietà espropriate, e lo Stato dovrà comunque sostenere tutto ciò con gli ammortizzatori sociali. Inoltre si ignora, o si finge di ignorare, che l'interruzione della liquidità per le piccole e medie imprese non considerate "redditizie" farà ulteriormente deviare la domanda di denaro dai sistemi legali a quelli criminali, e quindi l'usura praticata dalle mafie. In altri termini siamo dinanzi al pericolo di una spoliazione senza precedenti, forse peggiore di quella praticata ai tempi della bolla immobiliare americana, in cui ci rimetteremo due volte: come parte debole della società e come Paese.

Eppure l'ampio consenso di cui gode il futuro governo Draghi ci restituisce una situazione nella quale non esistono alternative all'ulteriore rapina di risorse pubbliche a cui stiamo per assistere inermi, o almeno non esistono nell'ambito dell'attuale sistema come affermava Giulietto Chiesa. Affermazione elementare la sua, ma proprio per questo terribilmente veritiera. E' tempo di rielaborare un'alternativa socialista a questo sistema dopo trent'anni di prese in giro, dalla "Terza via" al capitalismo dal volto umano. Paccottiglia che è servita (e serve tuttora) solo a gonfiare carriere vergognose.


giovedì 24 dicembre 2020

Il Ritorno del Medioevo ai tempi del Covid

Dietro l'incessante grancassa mediatica che si preoccupa di aggiornarci sui più virulenti ceppi del Covid scoperti in tutto il globo, operano quelli che di questa crisi cercano di trarre i maggiori profitti. Si riporta qui uno spaccato di attualità locale, a cui chi scrive cerca di restituire la coerenza che le è propria, in maniera tale da offrire un'idea di quali possano essere le manovre portate avanti per accaparrarsi le risorse del Recovery Fund. Sullo sfondo si staglia la più grave crisi socio-economica dal dopoguerra ad oggi.

Se c'è un'immagine in grado di restituire la cifra di quest'epoca, si potrebbe dire che il mondo post-Covid ha i colori sgargianti di una cancellata stagliata nel mezzo di una squallida periferia urbana. Come quelli che delimitano il magazzino di Amazon nella zona industriale di Arzano, principale hub dell'Italia meridionale del colosso americano. Secondo Repubblica sarebbero 150 gli impiegati in pianta stabile, più una ventina di autisti legati alle aziende di noleggio verso cui Amazon esternalizza il servizio di consegna. Lo stipendio medio degli impiegati "fissi" si aggira intorno ai 1500 euro lordi al mese, a cui si affianca la manodopera fornita da oltre cento precari assunti con contratti a durata trimestrale, dove si fa largo uso della chiamata ad intermittenza. I turni di lavoro sono massacranti, specie in questo periodo caratterizzato dall'essere il primo Natale pandemico di sempre. Lamentarsi però non conviene a nessuno: di questi tempi bisogna tenersi stretto il lavoro, pur se malpagato, precario e usurante, con la speranza un giorno di ottenere il posto fisso. Abbandonato il fronte del conflitto sociale tra padroni e lavoratori, oggi la tensione corre lungo una spietata concorrenza tra chi si batte per rimanere entro i confini di una società sempre più elitaria - non importa a che prezzo - e chi invece ne rimane ai margini. 

Lo stradone in cui ha sede il magazzino di Amazon è intitolato a Salvatore D'Amato, figura storica dell'imprenditoria napoletana che negli anni '60 impiantò in questa zona una fabbrica di imballaggi alimentari. "Nell'arco di trent'anni l'azienda diventa il primo produttore europeo nel settore del packaging per gelati, bibite e alimenti"  si legge sul sito dell'Unione Industriali di Napoli "tra i motivi del successo, la capacità di Salvatore D’Amato di guardare fin dagli inizi oltre il territorio d’origine, affrontando con determinazione e lungimiranza prima il mercato nazionale poi quello estero". Oggi il gruppo Finseda SpA conta oltre 2000 dipendenti con un fatturato prodotto al 50% all'estero. I figli Giancarlo e Antonio D'Amato ne hanno ereditato la gestione. Gli stabilimenti principali della Finseda e di altre società che producono beni per la logistica si concentrano tutti qui, quasi ad attrarre come una calamita Amazon che così può lucrare perfino su una filiera a chilometro zero. Eppure a tanta concentrazione di interessi industriali fa da contraltare un territorio poverissimo come quello di Arzano, non a caso assurto ad emblema della questione meridionale nel famoso libro "Io speriamo che me la cavo!" di Marcello D'Orta. Attualmente il Comune è retto da un commissario prefettizio dopo il terzo scioglimento consecutivo per infiltrazioni camorristiche. Il dominio criminale da queste parti è talmente forte che alcune settimane fa, nel corso delle proteste anti-lockdown, un corteo di motociclisti giunti sotto il palazzo comunale intonò dei cori offensivi contro Mimmo Rubio, giornalista di Arzano News più volte minacciato per aver raccontato le collusioni che interessavano l'ex amministrazione comunale. 

Antonio D'Amato
Ma se oggi la logistica (e non solo) può far volare i propri affari in modo tanto disinvolto lo si deve anche ad un mercato del lavoro balcanizzato e precarizzato oltre ogni immaginazione. Un risultato di cui può in fondo vantarsi lo stesso Antonio D'Amato, che è stato presidente di Confindustria tra il 2000 e il 2004, ossia l'arco temporale in cui iniziava una delle più feroci aggressioni del ceto padronale contro l'impianto giuslavoristico ereditato dalla Prima Repubblica: sono quelli gli anni in cui si stabilizzavano i nuovi contratti di lavoro a tempo determinato in ossequio al dogma della flessibilità, così come nel dibattito pubblico si iniziava a mettere in discussione l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori al fine di disarticolare il diritto alla reintegrazione giudiziale in caso di licenziamento illegittimo, obiettivo poi raggiunto con la riforma Fornero e con il Jobs Act di Renzi. Aggressioni che hanno privato di tutele importantissime milioni di persone, esponendole al disastro provocato dalla crisi pandemica. A loro il governo Conte può solo assegnare bonus e ristori in maniera caotica quale traduzione italica della teoria dell'helicopter money, "i soldi gettati dall'elicottero", che secondo alcuni rappresenterebbe l'unico (e disperato) sistema per far ripartire l'economia mondiale.

A catalizzare l'attenzione delle eminenze grigie del potere è oggi il Recovery Fund, intorno al quale occorre trovare la massima quadra possibile per potersi trovare pronti e drenare le risorse che arriveranno dall'Unione Europea, così come già accaduto durante gli anni della ricostruzione post-sisma, e con il solito pretesto di non lasciare abbandonato il sud contro il brutto e cattivo nord. Proprio D'Amato è la persona chiamata a mediare tra le associazioni dei ceti produttivi napoletani, ossia l'Unione Industriali e la Camera di Commercio, presiedute rispettivamente dall'ad di Hitachi Maurizio Manfellotto e il presidente Ciro Fiola. Il Mattino riporta con dovizia di particolari l'incontro che si è tenuto pochi giorni fa presso la sede in piazza Bovio. Obiettivo dei colloqui è appianare vecchi contrasti sulle nomine nei rispettivi board che avevano fatto insorgere liti giudiziarie. Oltre allo stesso D'Amato c'era anche la moglie Marilù Faraone Mennella, imprenditrice il cui nome è da anni legato ai progetti di riqualificazione dell'area orientale metropolitana attraverso il comitato di imprese Naplest da lei presieduto e rappresentante la molteplicità degli interessi che vi si raggrumano: dai porti turistici lungo la costa vesuviana al rilancio delle ville del Miglio d'Oro, fino alla rigenerazione della cintura urbana a cavallo tra Napoli e le città limitrofe. Uno degli obiettivi principali del comitato è fornire consulenza agli enti locali nella redazione dei piani strategici per lo sviluppo delle aree economicamente arretrate; in parole povere fare pressione sulla politica per inserire i desiderata di pochi negli atti di programmazione e pianificazione pubblica. Basta guardare quali sono le aziende che fanno parte del comitato: la Kuwait Petroleum Spa che ha in dote le cisterne e le delicate tubazioni che vi immettono i prodotti petroliferi dal porto, la Marina di Stabia SpA che gestisce il molo turistico di Castellammare, la CdP Immobiliare quale articolazione della Cassa Depositi e Prestiti nel cui Cda siede oggi come consigliere Francesco Floro Flores (commissario per il rilancio dell'ex area industriale di Bagnoli), la Eni SpA e via dicendo. Non proprio giovani start-up, ma concentrati di interessi di lungo corso.

Le società facenti parte di NaplEst

L'ultimo in ordine di tempo è stato il grande progetto di Pompei, dove "L’Associazione, dopo aver stipulato protocolli con l’Unità Grande Pompei (di cui alla legge 112/2013) e i Comuni interessati ha sviluppato, con l’ausilio di professionisti di fama internazionale (prof. Josep Acebillo), un proprio progetto strategico di valorizzazione del territorio che ha rappresentato l’asse portante del Piano strategico predisposto ai sensi della legge 112/2013 ed approvato dal Comitato di Gestione di cui alla stessa legge nel marzo 2018." Un modello questo che può diventare lo spunto per un partenariato pubblico-privato in vista della gestione dei fondi del Recovery fund, come ha dichiarato la stessa Faraone Mennella sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno

"Io sono pronta a mettere quella esperienza (Naplest, nda) a servizio di un grande progetto, in partenariato, in rete con tutti i soggetti pubblici e privati interessati. Il difficile oggi è proprio far dialogare le diverse realtà tra di loro. Se Napoli ha avuto carenze, è perché i vari attori del territorio spesso non si sono parlati. Intanto il nostro progetto per Pompei è all’interno di una legge speciale e sarà all’attenzione del Recovery fund. Alla base c’è un investimento privato importante [...]"

Ne emerge un quadro in cui l'occupazione del territorio, che verrebbe da definire clanica secondo le parole del più volte citato prof Fabio Armao, consente a questi soggetti di porsi come punti riferimento di una congerie di relazioni in campo economico e politico, e soprattutto veri decisori di come dovrà essere indirizzato il fiume di capitali che verrà. E non è un caso che parallelamente alle manovre del già citato duo Fiola-D'Amato, si muova anche il mondo politico. A dimostrazione di ciò, si è tenuto pochi giorni fa un incontro tra i rappresentanti locali dei partiti di governo coordinato dal segretario provinciale del PD Marco Sarracino. L'obiettivo della discussione è riproporre l'alleanza M5S-PD-LeU-IV alle imminenti elezioni comunali per convergere su un candidato sindaco comune. Personaggi che fino a poco tempo fa si apostrofavano con frasi da querela, oggi non mostrano difficoltà a stipulare accordi. Sul piatto ci sono due questioni: una "legge speciale" per la città di Napoli, gravata da un debito di oltre 2 miliardi di euro, e il Recovery fund appunto. La crisi da Covid-19 imprime pretestuosamente un'accelerazione alla restaurazione da ancien régime, ponendosi come uno spartiacque che consente di cancellare senza tanti complimenti le pesanti responsabilità di chi in questi anni ha amministrato questo territorio. Questi ampli margini di manovra possono avvenire solo perché ormai la presenza dei blocchi sociali si è ridotta al lumicino, una condizione a cui ci consegna non il coronavirus, ma anni di demolizione dei diritti e finti ribaltamenti di tavolo. A certificare il nuovo consociativismo ci ha pensato il consiglio regionale di ieri sul bilancio, approvato in appena due ore senza che l'opposizione composta da Lega, FdI, FI e 5 Stelle abbia fiatato, consegnandoci un Vincenzo De Luca con il più ampio mandato per la programmazione e gestione dei fondi che verranno, nonostante il disastro della sanità campana sia sotto gli occhi di tutti. 

Non si tratta più di malapolitica o di questioni di "casta", come si diceva una volta. Siamo
davanti a scenari di stampo medievale che, lungi dall'esser stati messi da parte, ci restituiscono una democrazia ridotta a brandelli, in cui si registra una convergenza di intenti spaventosa tra chi amministra e chi cura il proprio interesse particolare. Una situazione nel quale lo spazio pubblico è cannibalizzato grazie all'assenza di chi dovrebbe riempire quello spazio: il popolo organizzato. Scenari che non possono non destare preoccupazioni se si pensa che è nei prossimi mesi e nei prossimi anni che questa crisi chiederà il conto più salato.

sabato 14 novembre 2020

Morto Siani, Morto il Giornalismo

 

Qualche settimana fa si è celebrato l'anniversario della tragica morte di Giancarlo Siani, giornalista precario (è il caso di sottolinearlo) assassinato vigliaccamente da un commando di camorra nel 1985 nel cuore di una tiepida notte napoletana. Per arrivare ad assicurare alla giustizia mandanti ed esecutori di quel barbaro omicidio si sono impiegati anni, e nonostante tutto rimangono numerose ombre sulle quali bisogna far luce, considerando quale punto di partenza lo scenario politico-sociale in cui esso maturò (la ricostruzione post-terremoto).

Quest'anno il Covid ci ha almeno risparmiato le sempre più ipocrite celebrazioni del suo ricordo. A distanza di trentacinque anni la condizione lavorativa del povero Siani è diventata la regola per gran parte della categoria giornalistica. In tanti si arrabbattano in cerca di una redazione che pubblichi uno straccio di articolo, possibilmente non aggratis e con una paga quantomeno decente, per ottenere l'agognato tesserino di pubblicista, scarto di un ordine professionale di stampo fascista che reclama somme di denaro non indifferenti per rimanere nel club.

Quali le garanzie di libertà di chi si ritrova a scrivere in tali condizioni? Ovviamente nulle. Ogni possibilità di una libera ricerca viene bloccata sul nascere, facendo calare un silenzio di ghiaccio su inchieste e approfondimenti che meriterebbero ben altra sorte. Anche perché, e stavolta il ragionamento è circoscritto alla realtà napoletana in cui il sottoscritto si trova suo malgrado a vivere (ma può essere esteso a qualunque altro luogo d'Italia), le stanze del potere di questa città rimangono pressoché sconosciute a tutti. Sappiamo ogni cosa dei personaggi che affollano il teatrino politico a cui assistiamo, delle loro dirette Facebook, delle sparate a cui spinge una ricerca di visibilità mediatica ormai fuori controllo

Nulla invece conosciamo di quello avviene sottotraccia, del maledetto "mondo di mezzo" che ribolle al riparo da occhi indiscreti, e che Siani è stato uno dei pochissimi a scoperchiare apertamente e senza tanti fronzoli, senza cercare la mediazione di nessuno né i saggi consigli di chichessia.

Alcune delle domande a cui non si trova risposta per il semplice fatto che (quasi) nessuno le pone:

- Quanto peso dispongono congregazioni religiose come l'Arciconfraternita dei Pellegrini, proprietaria di centinaia di immobili e terreni, nelle scelte politiche dei decisori? Quali sono i membri? 

- Perché gli affidamenti per opere di somma urgenza vedono sempre la partecipazione delle stesse ditte, tutte ben identificabili in quanto provenienti sempre da un medesimo contesto territoriale? 

- Perché accade che giornali importanti dedichino parole commosse quando si verifica la morte di storici personaggi criminali? 

- Quali sono gli individui, e soprattutto le famiglie che si sono arricchite dalla selvaggia turistificazione che ha caratterizzato la città prima della pandemia? E chi sono i personaggi che ora stanno approfittando dell'attuale crisi pandemica?  

In parole povere, come si delinea il potere nella città di Napoli, vero paradigma di città strutturata su base clanica secondo la felice espressione del prof Fabio Armao? Poche e storiche famiglie, camorristiche o meno, che controllano i gangli della sua vita economica, il cui potere ha un impatto fortissimo sulla politica e sulla vita sociale, tanto da non poterne prescindere, neanche da parte di quei soggetti politici che si dichiarano antisistema. Se oggi assistiamo ad una domanda ormai fuori controllo di denaro (ancora più che di beni) necessario a tenere in vita il sistema finanziario globale (F. Armao, Le reti del potere), è chiaro che chi fornisce i flussi di capitali in grado di rispondere a questa domanda è il vero padrone dei processi sociali, non importa se illeciti o meno.

Per questo, e per molto altro, a Siani risparmiamo almeno l'affronto di essere celebrato dalla stessa melassa che fu quantomeno responsabile morale del suo omicidio.