mercoledì 4 gennaio 2017

Migranti, ecco l'Accoglienza a 5 stelle


Questo è uno dei centri gestiti dalla cooperativa Homo Diogene per conto della Prefettura di Napoli. Più di cento anime, uomini e donne, sono stipati in una palazzina di tre piani alla periferia di Giugliano, località Ponte Riccio, nelle condizioni che potete riscontrare dal filmato.

Proprio pochi giorni fa, il prefetto di Napoli Gerarda Pantalone ha dichiarato alla giornalista Gaia Bozza di Fanpage di essere pronta "ad ascoltare le denunce di irregolarità che arrivano dal territorio."

Dedichiamo questa videodenuncia a Sandrine Bakayoko, la ragazza ivoriana morta nel centro di Cona senza nessuna assistenza medica, così come a Seyenne Ftwi, travolta e uccisa da una macchina mentre fuggiva dal centro di Ponte Riccio un anno fa.

martedì 15 novembre 2016

Napoli città dell'Accoglienza

Fonte: Lettera43


"Vedere una Napoli così accogliente nei confronti dei migranti che scappano dalle guerre ci rende orgogliosi di essere napoletani". Così dichiarò il sindaco Luigi de Magistris, quando ad ottobre scorso sbarcarono oltre cento minori stranieri non accompagnati e furono accolti da un grande slancio di generosità da parte dei cittadini, che letteralmente "inondarono" di beni il centro di accoglienza di Marechiaro.

Se la Napoli "del popolo" è una Napoli accogliente, non altrettanto si può dire della Napoli "istituzionale", quella composta dai servizi che gli organi istituzionali devono erogare presso i cittadini più bisognosi (specie con gli ultimi tagli al Welfare).

Ed è soprattutto nelle assemblee dei movimenti e dei gruppi che svolgono volontariato presso gli ultimi della nostra città, che il dibattito sull'accoglienza si sviluppa e nascono le idee.

Io e Fabio abbiamo provato a sintetizzare alcune di queste (e altre) idee in una bozza di mozione consiliare per la città di Napoli, concernente la tematica dell'accoglienza nella sua accezione più ampia, ed è una proposta che avanziamo a tutte le forze politiche che si dicono in prima linea nel campo del supporto agli ultimi della società, senza alcun pregiudizio ideologico e/o culturale, né di razza o religione, né di lingua, sesso o di nazionalità.

Consideratelo una sorta di canovaccio.


martedì 18 ottobre 2016

  SCHIAVI 2.0    - Il Centro di Accoglienza

Foto di Fabio D'Auria
Le otto ragazze nigeriane ospitate dal centro di accoglienza sono sedute sul divano della camera di ingresso. Sono arrabbiate e iniziano a raccontare la loro storia. Non hanno documenti di identità né l'assistenza sanitaria, nonostante si trovino in Italia da 3 mesi. Una di loro è incinta e non è mai andata in ospedale. Ad ascoltarle c'è il gestore, un ragazzone robusto alto quasi due metri, appassionato di boxe e arti marziali, a giudicare dal suo profilo Facebook. Improvvisamente l'uomo perde la pazienza e inizia ad inveire violentemente nei confronti di una di loro: "'Mò basta, stai dicendo un sacco di bugie! Mò m'e rutt 'o cazzE fà 'o cess 'e capit? Fà 'o cess!". I toni si surriscaldano. Una delle ragazze si alza e afferra una busta della spesa con della frutta dentro, la getta per terra e grida in inglese: "Questo l'ho comprato col mio pocket money (2,50 € al giorno, ndr), non ci danno cibo e dobbiamo vedercela da soli, è normale questo?". Si chiama Fatima (i nomi sono di fantasia), è magrolina, ha la pelle segnata da ferite da taglio e macchioline nere.
Alla discussione si aggiunge anche la madre del gestore, una donna sui sessant'anni: "Sta busciarda zozzosa, l'avimme data sempe a magnà e si lamenta pure! Da quando ce stanno chesti ttre, 'e vvedite, amm passat'e guaje! 'E francesi steveno sempe accussì quiete!".

E' questa la vita quotidiana in uno dei tanti Centri di Accoglienza Straordinari (CAS) della provincia di Napoli, dove cooperative improvvisate stanno continuando a macinare milioni sulla pelle dei migranti. Questo è un centro particolare, potremmo dire "a conduzione familiare", in cui i due proprietari, madre e figlio, hanno messo a disposizione di una cooperativa parte del loro appartamento, ospitandovi ben 11 migranti (8 donne, 2 uomini e un minorenne di 14 anni) in sessanta metri quadri. Il clima di sottomissione dovuto alla convivenza forzata è rinchiuso nelle quattro mura di una anonima casa, lontano dagli occhi indiscreti di cittadini e associazioni.

Una donna nigeriana assiste in disparte. Si chiama Terry e zoppica vistosamente, ha una caviglia gonfia. Con un gesto delle mani mima l'infortunio che si è procurata: "Mi sono fratturata durante il viaggio in Libia, l'osso mi era uscito di fuori e si è ricomposto da solo. Sono in Italia da tre mesi, ma finora nessuno mi ha portato in ospedale". Poche ore prima era in strada a chiedere l'elemosina insieme ad altre ragazze del centro. "Con il solo pocket money non ce la facciamo. Le scarpe e i vestiti sono gli stessi da quando siamo sbarcate a Lampedusa". La cooperativa dovrebbe assicurare uno stock di abiti e operatori qualificati, ma i diritti sono roba per anime belle.

Il ragazzino di 14 anni è ivoriano, ha le cuffiette nelle orecchie e non spiaccica una parola. Gli chiediamo se frequenta la scuola, ma subito si intromette il gestore: "Certo che va a scuola, comincia domani!". Il ragazzino lo guarda interdetto e con la testa accenna un "no". "Comme! 'A scola ccà vicino, inizi lunedì". Il giorno cambia, il ragazzino annuisce e si rinchiude nel suo silenzio. La mamma è vicino a lui, ma non sembra interessarsi della condizione depressiva del figlio.

L'impressione è che le difficili condizioni di vita abbiano fatto saltare tutti i punti di riferimento per chi ha sfidato più volte la morte per arrivare in Italia. Eppure la situazione di questo centro non è di certo tra le peggiori...

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