venerdì 11 ottobre 2019

Italia 5 Stelle e l'ombra del Festival dell'Unità


Il comizio di Enrico Berlinguer alla Mostra d'Oltremare
Erano anni che la Mostra d'Oltremare non ospitava una convention politica in grande stile: domani e dopodomani si svolgerà in quegli spazi la kermesse del principale partito uscito vincitore dalle politiche del 2018. Italia 5 Stelle 2019 è l'evento organizzato dal M5S e occuperà una porzione del polo fieristico che vede il suo fulcro nell'Arena Flegrea, luogo in cui si terranno i comizi e gli spettacoli teatrali. Nel Parco Robinson verranno installati i gazebo dove si alterneranno le varie Agorà incentrate su temi specifici (sociale, territorio, economia ecc), mentre lungo i viali alberati limitrofi al Bowling verranno sistemate le postazioni dei rappresentanti istituzionali con cui sarà possibile interloquire. Infine sarà presente il tendone del Villaggio Rousseau nel quale si terranno corsi di formazione incentrati perlopiù sugli enti locali (gli "Open Comuni"), nonché quello del GreenLabs Village dove si svolgeranno eventi dedicati alla tutela dell'ambiente. 

Ecco, in buona sostanza questa è la struttura dell'impalcatura della convention del principale partito italiano. I dubbi però sono tanti: più che un evento politico di respiro nazionale, Italia 5 Stelle 2019 si presenta con un programma piuttosto striminzito, sia per le dimensioni spaziali dell'evento, sia per il brevissimo arco temporale (appena due giorni) nel quale esso si dipanerà. Come farà una forza di governo a trattare materie complesse di politica nazionale e internazionale in una cornice così circoscritta? Semplice: non potrà. Il vero obiettivo sembra piuttosto essere quello di ottenere eco mediatica sufficiente a trasmettere l'immagine del rilancio e provare a ricompattare un movimento che inizia pericolosamente a scindersi al proprio interno, magari attraverso un ritrovarsi comune che stemperi le tensioni in vista dell'appuntamento delle imminenti elezioni regionali campane, territorio (occorre ricordare) che esprime il capo politico e buona parte dell'establishment grillino. 
La mappa di Italia 5 Stelle 2019


L'evento si sforza di ricomprendere l'enormità del tutto e di prospettare il radioso futuro che ci aspetta grazie al progresso della tecnologia, senza avere contezza delle contraddizioni e dei conflitti che agitano il mondo reale. Il risultato è appunto una kermesse dalle dimensioni ridotte. Non sembra un caso questo richiamo continuo e quasi ossessivo al "villaggio", termine probabilmente preso in prestito dal dizionario neoliberista di villaggio globale, e quindi ad un qualcosa che comprenda la velleità di cogliere questo tutto. Il risultato che ne scaturisce è esattamente l'opposto: il villaggio rimanda al carattere della trivialità, dell'esser chiusi in sé stessi, e il mondo si riduce ad un'enorme tribù che non tiene conto della complessità del reale. Anche le Agorà, ridotte a spazi in cui i dibattiti non possono superare l'arco di 50 minuti, non hanno senso alcuno. L'aver rinunciato alla concezione di una società divisa in classi per assumere l'idea del cittadino quale centro dell'azione politica finisce per conferire un'estrema genericità al messaggio politico, ed espunge le tematiche più complesse e divisive dal dibattito. Il tutto si riduce ad una proposta politica che non riesce ad andare oltre alla risoluzione di inefficienze e problematiche di tipo amministrativo, priva della capacità di elaborare la costruzione di una nuova società, quale momento fondativo che dovrebbe invece essere compito primario della Politica con la maiuscola.
Il Villaggio Rousseau

A ben vedere queste critiche non sono affatto nuove, e vengono spesso mosse nei confronti dei partiti di nuova costituzione, soprattutto quelli che millantano l'avvenuto superamento della dicotomia destra-sinistra e il raggiungimento del Nirvana della politica, finalmente depurata dal tema del conflitto sociale. Si tratta di un armamentario critico proveniente perlopiù da settori della sinistra più o meno radicale, certamente fondato sui principi materialistici che caratterizzano (o dovrebbero caratterizzare) il pensiero e l'azione dei gruppi politici che vi si riconducono. Quasi nessuno però sembra rendersi conto che un importante punto di partenza per ogni tipo di analisi o critica è il passato. Se si inizia da questo presupposto, e senza voler rinverdire fasti che giammai ci furono, occorre con tutta onestà ammettere che un enorme patrimonio di intelligenze ed esperienze è caduto nell'oblio più totale: non a caso l'ex parlamentare comunista Mario Tronti ha dedicato a questo tema l'ultimo suo libro, "Il Popolo Perduto". La cancellazione della memoria oggi concerne non solo i fatti del passato lontano, ma perfino del passato prossimo, quello di pochi anni fa o addirittura di pochi mesi fa. L'intera vita viene vissuta come il continuum di una pellicola cinematografica, senza che però intervenga l'addetto al montaggio a mettere la parola "The end". Eppure è solo quando un film finisce che risulta possibile interrogarsi sui contenuti, sul senso e sul messaggio che ne esce fuori. L'oblio oggi si sviluppa come rovesciamento dell'attuale capacità tecnologica di immagazzinare milioni di terabyte di dati, una memoria digitale sterminata che tuttavia sembra privare gli uomini della propria. Con questa operazione di recupero documentale proveremo a dare un po' di filo da torcere alla nuova strategia globale di dominio.

IL FESTIVAL DELL'UNITA' DEL 1976

Mappa del Festival del 1976 (clicca per ingrandire)

Il Festival dell'Unità è uno di questi fatti negati alla nostra memoria. Quello a cui ci riferiamo qui è si tenne alla Mostra d'Oltremare di Napoli nel 1976. Più che una kermesse come Italia 5 Stelle, si trattò di una grande manifestazione nazionale che vide una partecipazione probabilmente non più replicata a queste latitudini, non soltanto in termini numerici, ma anche e soprattutto in termini di apporti e contributi alla vita della città e alla politica italiana. Prima di procedere al racconto di quella esperienza così come emerge dalla letteratura dell'epoca e dagli archivi digitali del quotidiano comunista, si rende necessaria una "excusatio non petita". Non è mia intenzione umiliare chicchessia. Se è vero che ogni epoca sviluppa le sue forme politiche, e che ogni passaggio storico seleziona in maniera darwiniana gli organismi collettivi, ciò che è stato ieri non può riproporsi in maniera identica oggi, né potrà farlo un domani. Ma per tornare alle parole di Tronti, occorre recuperare la memoria quale atto rivoluzionario che dobbiamo non solo al Paese, ma anzitutto a noi stessi.

Arena Flegrea e Teatro Mediterraneo - Prima e Dopo
Arena Flegrea - Prima e Dopo

Il Festival iniziò il 4 settembre di quell'anno e terminò il 19 settembre con il comizio conclusivo dell'allora segretario del PCI Enrico Berlinguer. Lo svolgimento fu anticipato da un grande intervento di riqualificazione della Mostra, allora in stato di totale abbandono. L'intervento che ne scaturì non si limitò ad una semplice operazione di facciata. La federazione napoletana del PCI, nell'ottica della "riappropriazione" delle architetture create dal Fascismo, organizzò le migliaia di volontari accorsi (militanti e non) in squadre suddivise sulla base delle diverse competenze, al fine di procedere al recupero e alla rifunzionalizzazione delle strutture abbandonate della Mostra. A dirigere le operazioni fu un gruppo di ingegneri ed architetti volontari coordinati dall'ex assessore e docente universitario Uberto Siola. Fu così che l'Arena Flegrea venne risistemata con i suoi 12mila posti, le strade interne furono asfaltate, le grandi fontane ripristinate, le reti idriche, elettriche e telefoniche riattivate. L'imponenza di quella manifestazione, oltre all'ovvio valore propagandistico, doveva servire per mandare un segnale chiaro al Paese: dimostrare che il PCI era in grado di incarnare il "partito di governo" dopo l'exploit elettorale del 1976 e la storica conquista di Napoli con il primo sindaco comunista Maurizio Valenzi, incaricandosi di dare centralità alla questione del Mezzogiorno e sfidare nella pratica la concezione lassista della vita pubblica che le classi dirigenti meridionali di stampo monarchico e laurino avevano (e hanno) inculcato in tanta parte di popolo. 

Fontane dell'Esedra - Prima e Dopo
Per avere un'idea di quel mastodontico intervento di recupero si riportano i frammenti più significativi della cronaca di Paese Sera del 3 settembre 1976 a firma di Gianni Rodari:

Quando la federazione napoletana del PCI, dovendo ospitare il Festival nazionale della stampa comunista, in mancanza di altri spazi utilizzabili ed agibili, mise gli occhi sulla Mostra d'Oltremare, ci furono obiezioni di due tipi: una riguardava la sua matrice fascista, un'altra lo stato di abbandono, la quasi impossibilità di recuperare uno spazio adeguato, in breve tempo, in quella "selva oscura" di torri superflue e macchioni impenetrabili. [...] Per farla breve qui si sono incontrati, per trovare la soluzione giusta, la capacità dei comunisti napoletani di considerare le cose fuori dagli schemi ideologici, in presa diretta con la loro funzione di partito di governo, e il discorso degli architetti democratici sulla necessità di avviare la battaglia urbanistica partendo dal concreto, cioè dal recupero del "preesistente", facendo perno in primo luogo sugli spazi collettivi. [...] Migliaia di operai, tecnici, studenti, artigiani, contadini della provincia hanno lavorato gratis prima per ripulire la Mostra d'Oltremare e rimettere in piedi le parti cadenti, poi per attrezzarla; altre migliaia (esattamente diecimila, in due turni quotidiani) lavoreranno per gestire la vita del Festival. Gente che ha rinunciato alle ferie, gruppi organizzati dalle sezioni, volontari isolati. In decine di case del popolare quartiere di Barra si sono passate le sere ad arrotolare uno per uno i settecentomila biglietti per la lotteria; a dirlo si fa presto, ma c'è voluta una pazienza cinese. O napoletana. 

Fu messo in piedi un padiglione dedicato alla "Napoli che produce", suddiviso nei diversi settori in cui articolava il lavoro delle masse: industria, agricoltura, artigianato, territorio, ricerca scientifica, beni culturali.  
Ovunque c'è la denunzia delle cose non fatte e la proposta di come, secondo il Pci, andrebbero fatte, il tutto con una scelta accurata del materiale fotografico e dei prodotti delle imprese napoletane. Parte viva di "Napoli che produce" è la sezione riservata all'amministrazione Valenzi con annessa una sala di proiezione dove, su uno schermo diviso in nove grossi pannelli luminosi, si susseguono diapositive con il racconto della storia di Napoli degli ultimi trent'anni, un racconto che si conclude apologeticamente con il discorso di Berlinguer a piazza Plebiscito e le istanze comuniste dopo il 20 giugno (il Mattino dell'11 settembre 1976)
Non mancarono i momenti di confronto anche aspri tra i movimenti cittadini e i dirigenti del PCI. Proprio durante quei giorni si verificò una violenta carica della polizia ai danni di un gruppo di disoccupati organizzati che protestavano all'esterno del Genio civile. La protesta si spostò nel Festival, dove accanto alla necessità di offrire tutela legale e politica ai manifestanti, nacque un dibattito intorno alle modalità per unire le varie lotte per l'occupazione che si combattevano nella regione, evitando il ricorso all'assistenzialismo. Da un articolo dell'Unità del 15 settembre 1976 si legge: 
Una indicazione giusta e coerente viene dalla piattaforma della « vertenza Campania » portata avanti dal movimento sindacale, viene dai successi anche importanti conquistati sull'onda di una tenace, incalzante iniziativa nei confronti dei poteri locali e delle aziende pubbliche per saldare nuovi obbiettivi di occupazione all'efficienza dei servizi e al pieno sfruttamento di grandi potenzialità. E' per questa strada che si realizza la saldatura tra lotte operaie e strati più vasti della popolazione, che si combatte e si liquida la suggestione di sacche discriminanti di disoccupazione assistita, che si legano gli obiettivi del lavoro a quelli di riforme e di sviluppo. Altre strade sono devianti — ribadisce di lì a poco il segretario nazionale della FGCI, Massimo D'Alema: questione giovanile e disoccupazione di massa esigono forme di lotta che abbiano senso politico e possibilità di sbocchi positivi.
Ma il Festival non si limitava di certo alle sole questioni locali: in realtà esso era incentrato perlopiù sullo scenario internazionale. I vari padiglioni erano dedicati ai Paesi nei quali era presente il partito comunista e dove erano in corso le lotte di liberazione nazionale come in Palestina o a Cuba. Di particolare interesse in quegli anni era il dibattito sull'Eurocomunismo, una corrente di pensiero che coinvolgeva i partiti comunisti italiano, francese e spagnolo intorno all'idea che nei Paesi a capitalismo avanzato fosse possibile realizzare il socialismo attraverso un quadro di riforme economiche e sociali nel rispetto delle regole delle democrazie parlamentari e all'interno dell'ambito europeo, in quanto la prospettiva di un rafforzamento del ruolo dell'Europa appariva inevitabile. Il contrasto con la dottrina del Partito Comunista dell'URSS, fondato viceversa sull'instaurazione del socialismo attraverso la "via nazionale" sulla falsariga della rivoluzione russa del '17, fu altrettanto inevitabile. 


Al netto delle contraddizioni e delle illusioni che anche quel momento storico ha generato, è indubbia l'impossibilità di alcun paragone che le immagini del Festival offrono in relazione alla partecipazione di quel popolo che non a caso Tronti definisce "perduto". La lotta operaia, l'emancipazione della donna, l'imperialismo, la massificazione della cultura sono stati derubricati ad oggetti d'antiquariato. Eppure gli obbrobri politici generati dall'assenza di quel popolo e di quella classe dirigente sono sotto gli occhi di tutti, così come il lento declino dell'Italia che nessun Giuseppi potrà evitare. Per tornare all'oggi, ricordiamo che Italia 5 Stelle si svolge in una Mostra cannibalizzata dalla presenza dei concessionari privati, e avrà il suo fulcro in quell'Arena Flegrea che è oggi concessa al generoso canone di 48mila euro l'anno alle imprese riconducibili alla famiglia del commissario di Bagnoli e consigliere di Cassa Depositi e Prestiti Francesco Floro Flores, il cui manager è oggi Claudio de Magistris, fratello del sindaco Luigi, finito sotto inchiesta per la vicenda delle nozze "trash" di Tony Colombo e Tina Rispoli.

A noi il compito di sfruttare le occasioni che la trama degli eventi ci fornisce per riattivare la memoria perduta.   

Eduardo De Filippo sul palco del Festival


Ps. A completamento dell'articolo, qui sono indicati alcuni dati tratti da il Giorno del 9 settembre 1976:

- all'allestimento e al corretto svolgimento del Festival parteciparono in tutto 16mila napoletani (comunisti e non), di cui l'83% costituito da operai, contadini e tecnici; il 15% da studenti; il 2% da professionisti ed artisti
- per garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni furono impegnate 10mila persone
- il flusso giornaliero stimato fu pari a 200mila visitatori al giorno, per un totale di 3 milioni in 15 giorni
- particolarmente partecipati furono gli spettacoli teatrali di Eduardo De Filippo, tornato dopo a Napoli dopo anni di abbandono con il suo "Natale in casa Cupiello"


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Bibliografia tratta dal volume "Quindicigiorni - Il Festival nazionale de l'Unità di Napoli" (1977) edito a cura della Sezione Centrale di Stampa e Propaganda della Direzione del P.C.I.

Prima pagina de l'Unità del 20 settembre 1976

sabato 21 settembre 2019

Posillipo, ovvero del Capitalismo di Rapina

Fonte: Wikipedia
Di trasmissioni televisive dedicate alla criminalità napoletana se ne sono viste a centinaia, con i loro racconti di storie di delinquenza da strada vissuti all'ombra di rioni sgangherati che sembrano usciti da un racconto sulla guerra nei Balcani. Eppure non è negli occhi di uno scippatore appena maggiorenne che si potrà mai cogliere il vero senso della parola "rapina". Ci sono posti dove i riflettori preferiscono perlopiù concentrarsi sugli scenari naturali che fanno da sfondo a mielose soap opera di respiro nazionale. Posillipo è uno di questi. Si tratta di un quartiere che s'inerpica a ovest lungo l'omonima collina, aggredita dal cemento degli anni d'oro di Achille Lauro. Tra parchi condominiali sorvegliati da guardie giurate e cancelli blindati che impediscono l'accesso al mare, almeno il 90% della fascia costiera è stata sottratta alla fruizione pubblica. Le scogliere e le spiagge appartengono di fatto ai proprietari delle ville collocate sugli speroni tufacei, mentre quei tratti di litorale rimasti accessibili sono gestiti dagli stabilimenti che chiedono spesso cifre da capogiro. Si tratta di una città nella città, sconosciuta alla maggior parte dei napoletani.

Come tutti i quartieri-bene delle grandi metropoli, i custodi dei segreti di queste immense proprietà sono le migliaia di lavoratori stranieri che quotidianamente si recano a servire nelle case dei signori. Il 140 è l'unico bus che attraversa la strada principale, costantemente affollato nelle ore di punta da un esercito di colf, badanti, governanti che come formiche operose si svegliano di buon mattino per arrivare in questi luoghi. Buona parte di loro non ha contratto, in tanti instaurano con i padroni relazioni di una vita, i più fortunati riescono ad ottenere qualche lascito, nella speranza che i familiari di turno non li sommergano di cause giudiziarie costringendoli a rinunciare a tutto. Un sistema collaudato che consente all'alta borghesia di votarsi a quell'isolamento indispensabile per mandare avanti gli affari e ad evitare il più possibile la dispersione dei patrimoni. Impossibile avere un'idea chiara dell'identità degli abitanti. Le attività commerciali sono piccole, legate soprattutto ai beni alimentari e per la cura della casa. Tutto votato alla discrezione, quale necessità del capitalismo di rapina che regna sovrano in queste terre.

Posillipo sta lì a ricordarci come i miti della nostra civiltà siano tutt'altro che solidi: il mito di chi ce la fa, il mito del self-made man. Un'imponente produzione ideologica che crolla davanti a quelle cancellate e a quelle telecamere erette contro il mondo da cui è necessario difendersi.

venerdì 28 giugno 2019

Mani Su Bagnoli - Nessuno Disturbi il Manovratore

L'isolotto di Nisida. Fonte: Facebook
Preoccupatevi quando nessuno si preoccupa. Si potrebbe riassumere con questa frase l'accelerazione impressa alla bonifica e alla rigenerazione urbana di Bagnoli, ex area industriale ad ovest della città di Napoli. Le ultime sedute delle commissioni comunali sul tema hanno infatti trasmesso un'unità d'intenti senza precedenti tra le forze politiche, eccetto qualche voce critica sollevata dai consiglieri Matteo Brambilla (M5S) e David Lebro (La Città). L'ordine è avanzare, costi quel che costi. Trent'anni di stallo e di finte bonifiche sono più che sufficienti a liquidare ogni dubbio come diatriba politica, un termine caro al commissario di governo Francesco Floro Flores, a cui sta a cuore la rapidità dell'opera sopra ogni cosa. 

La definizione del PRARU come "virtuale" nel decreto n. 47 del 2019
Il PRARU (Programma per il Risanamento Ambientale e la Rigenerazione Urbana) è stato approvato nella Conferenza dei servizi del 14 giugno scorso nonostante il dissenso espresso dalla Regione Campania, ente il cui parere favorevole è invece fondamentale in virtù delle sue competenze in materia di fondi europei ed infrastrutture. E proprio sul piano infrastrutturale il PRARU appare monco, tanto da essere uno dei motivi che spinse il ministro Sergio Costa a bollarlo come "meramente virtuale" nel decreto di rilascio della valutazione d'impatto ambientale (pag. 10). L'unica cosa che sembra interessare è la destinazione d'uso dei suoli, in particolare quelli economicamente più appetibili, e lo sfruttamento della linea costiera a fini turistici e ricreativi. Tutti gli altri aspetti legati alla tutela dell'ambiente, del territorio e del tessuto sociale sono orpelli, aspetti secondari di un programma che valorizza anzitutto la profittabilità dell'operazione Bagnoli. Sono diversi i segnali in tal senso.

Non è un caso se anche il ministro Costa, apparentemente (e giustamente) inflessibile nelle sue considerazioni, abbia poi deciso di cedere dinanzi alle richieste di "chiarimenti" da parte del commissario, escludendo la necessità di una nuova procedura di valutazione d'impatto ambientale (VAS) per la localizzazione delle opere urbanistiche sui suoli individuati nel piano, contraddicendo il decreto emesso a febbraio che invece la prescriveva come doverosa

I due pareri contrastanti emessi dal Ministero dell'ambiente
Non è un caso se il commissariato di governo non si sia sentito in dovere di richiedere viceversa chiarimenti circa le tantissime altre prescrizioni formulate da Costa: dalla rimozione della colmata alla bonifica degli arenili e dei fondali, dall'adeguamento dei collettori fognari all'impatto delle nuove linee stradali e ferroviari sull'ecosistema naturale. Si tratta delle fasi più importanti del piano dal punto di vista ambientale, eppure sembrano pressoché ignorate dalla struttura commissariale. 

Non può essere frutto del caso l'annullamento delle gare per la progettazione disposto dal Consiglio di Stato, che ha rappresentato l'occasione per il "cambio di strategia" annunciato da Floro Flores e finalizzato a parcellizzare in lotti la bonifica, iniziando laddove è possibile estrarre maggior plusvalore, ossia il litorale di Coroglio e l'isolotto di Nisida. I fondi a disposizione del commissariato per la bonifica e la rigenerazione sono al momento pari a 470 milioni di euro, a fronte di un fabbisogno totale di 1,8 miliardi di euro. In attesa della registrazione della delibera del CIPE sulla tranche più consistente pari a 320 milioni di euro approvata il 4 aprile scorso, ma non ancora pubblicata in Gazzetta Ufficiale, occorre partire il prima possibile prima che una crisi di governo mescoli ancora una volta le carte in tavola.

Non è un caso che l'attenzione del commissariato di governo si concentri ora sulla realizzazione delle nuove residenze temporanee destinate agli abitanti del borgo di Coroglio, le cui case verranno espropriate in vista della riqualificazione. Al termine dei lavori i proprietari avranno la possibilità di rientrare in via preferenziale previo pagamento di una somma di denaro che al momento non risulta quantificabile in maniera precisa (che i vertici di Invitalia, l'agenzia responsabile per la progettazione ed esecuzione delle bonifiche, assicurano aggirarsi intorno al 5-10%).  

La caserma "Battisti" di Fuorigrotta in stato di abbandono. Ospiterà il carcere per donne e minori
Non è un caso che pochi giorni fa i ministri Trenta e Bonafede abbiano firmato a Napoli un protocollo d'intesa che prevede l'apertura di un carcere per donne e minori nell'ex caserma "Battisti" di Fuorigrotta, quale probabile preludio per la chiusura dell'attuale riformatorio di Nisida e l'ingresso dei capitali privati sull'isolotto. Nell'area in cui insisterà il carcere sono previste nel PRARU le nuove residenze da realizzarvi, ed è facile immaginare che il valore delle case si deprezzerà col collocamento dei detenuti. Quale immobiliarista sceglierà di investire in quell'area? E' chiaro che ancora una volta è il litorale di Coroglio a fungere da centro nevralgico dei futuri investimenti.

L'area cerchiata in rosso indica la caserma "Battisti"
Non è un caso che il presidente dell'Autorità Portuale, Pietro Spirito - uomo legato al PD e in particolare all'ex ministro alle infrastrutture Delrio - a cui spetta il rilascio delle concessioni demaniali nell'area congiuntamente col commissario, abbia chiesto quali siano le ricadute giuridiche della proroga di ulteriori 15 anni per le concessioni autorizzata dal governo Conte, visto che ad oggi il litorale di Bagnoli è preda di locali e discoteche che organizzano serate a tambur battente, molti dei quali titolari di tali concessioni. Una situazione che non può non porre una pesante ipoteca sulla futura spiaggia pubblica istituita dal Comune nel 2012.
Le richieste del presidente dell'Autorità Portuale in merito alle concessioni demaniali


Non è un caso se l'assessore all'urbanistica Carmine Piscopo possa affermare oggi che la moneta urbanistica con cui ripagare la realizzazione del parco pubblico e il recupero del paesaggio marino e costiero è la stessa già prevista nei piani urbanistici precedenti, che passa attraverso la riconferma dell'indice di fabbricabilità pari a 0,68 mc/mq, al cui valore apparentemente basso - è bene ricordare - si giunse all'epoca ricomprendendo aree assolutamente non edificabili, tra cui il costone di Posillipo e la colmata da rimuovere. Solo così si è potuto giustificare l'inserimento di ben 200 mila metri cubi di nuove residenze, per un totale di oltre 2 milioni di metri cubi previsti in piena zona rossa per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei.  

Francesco Gaetano Caltagirone
Non è un caso se il commissariato abbia dichiarato di voler concludere un accordo transattivo con l'imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, proprietario della Cementir, mandando a farsi benedire il principio "chi inquina paga" sbandierato per anni dal sindaco de Magistris e dai vertici governativi 5 Stelle: ancora una volta lo Stato rischia di accollarsi gli oneri di bonifica dell'inquinamento prodotti dal privato.

Non è un caso se Floro Flores affermi di aver parlato con l'ANAC presieduta da Raffaele Cantone per chiedere maglie più larghe nei controlli al fine di garantire le ricadute occupazionali sul territorio. Cosa significhi ciò e quali siano le effettive competenze dell'Autorità nazionale anticorruzione in materia occupazionale non è ben chiaro. Il richiamo ai posti di lavoro sembra essere funzionale alle imminenti elezioni regionali, su cui si gioca buona parte della partita con il governatore Vincenzo De Luca, e al rinnovato interesse nazionale per la realizzazione delle "Grandi Opere" il cui frutto più evidente è dato dal decreto Sblocca Cantieri.

Non è un caso se gli esponenti nazionali più importanti di Lega e M5S, ma anche del PD che sul territorio ha tanti, troppi interessi, abbiano deciso di silenziare tutta l'operazione. Un sostanziale consociativismo che delinea una perfetta continuità tra voleri passati e presenti. Il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti nell'affaire Bagnoli rimane oscuro, tenuto conto che il commissario Floro Flores ne è uno dei consiglieri di amministrazione. Non è tanto peregrina l'ipotesi che la cassaforte del risparmio postale possa essere utilizzata come strumento per costruire e gestire grandi infrastrutture (ad esempio il porto turistico di Nisida) attraverso un partenariato pubblico-privato, o come garanzia per gli ingenti investimenti privati previsti nel PRARU (pari a 600 milioni di euro). Sul punto si scontrano due visioni dell'economia assolutamente antitetiche. Una cosa è l'idea di uno Stato che metta al centro la gestione pubblica dell'economia attraverso propri organismi di investimento e controllo, un'altra cosa è uno Stato che ricorre alle proprie riserve per cedere ulteriori quote di pubblico sottoforma di finanziamenti a pioggia o di partecipazione alla costruzione di opere pubbliche che verranno poi affidate alla gestione delle grandi imprese private a canoni irrisori: quest'ultimo modello economico si chiama "outsourcing", e ha consentito ad imprenditori come lo stesso Floro Flores di ottenere l'Arena Flegrea e lo Zoo - beni gestiti dalla Mostra d'Oltremare SpA, di proprietà di Comune, Regione, Città Metropolitana e Camera di Commercio - ad un canone annuo rispettivamente di 48mila euro e 30mila euro (qui l'elenco completo), a fronte di guadagni enormemente superiori.

In questo Paese è ancora consentito usare la parola tradimento?

- Il Comunicato Stampa delle commissioni consiliari del 26 giugno